(Il Vangelo secondo Giovanni – La Sacra Bibbia - Cap. 11, 47-53 – Edizioni Paoline, 1968)
(M.V.: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Cap. 549 – Centro Ed. Valtortiano)

1. Se lo lasciamo libero ancora, Egli continuerà a fare miracoli e tutti crederanno in Lui.
E i romani finiranno a venirci contro e a distruggerci del tutto…

 

Gv 11, 47-53:

I gran Sacerdoti  e i Farisei radunarono perciò il Consiglio e dicevano:«Che facciamo? Quest’uomo fa molti miracoli! Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno la nostra città e la nostra nazione».
Uno di loro, Caifa, Sommo Sacerdote in quell’anno, disse: «Voi non capite nulla. Non comprendete come vi convenga che un uomo solo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione».
Questo non lo disse di suo ma, essendo Sommo  Sacerdote in quell’anno, profetò che Gesù doveva morire per la sua nazione, e non soltanto per la sua nazione, ma per raccogliere insieme i dispersi figli di Dio.
Da quel giorno decisero di farlo morire.

 

1.1 Questo bisogna subito raccontarlo al Sinedrio…

Il racconto che Giovanni aveva fatto del grandissimo miracolo di Lazzaro, nell’ultimo capitolo del volume precedente, si era concluso con questa annotazione: ‘Molti dei Giudei, venuti da Maria, visto il prodigio compiuto da Gesù, credettero in lui. Alcuni, però, andarono dai farisei a riferire quanto Gesù aveva fatto…’.

‘Andarono’?
‘Si precipitarono’, sarebbe stato meglio dire.
Il miracolo di Lazzaro era stato veramente grande. Una ‘suspence’ mista ad orrore, curiosità, eccitazione, esaltazione, timor di Dio, odio viscerale verso Gesù e poi… e poi l’impossibile: una specie di mummia, avvolta in bende e unguenti, si presenta di fronte alla porta di ingresso del sepolcro, come attirata dalla forza magnetica della volontà di Gesù.
‘Lazzaro vieni fuori!’. E quello viene fuori. Speranza, emozione, commozione, urla strozzate, passi indietro, passi in avanti, curiosità, paralisi, occhi spalancati. Deve esser successo di tutto mentre Lazzaro, o meglio quel fagotto dentro al quale era Lazzaro, si avvicinava all’ingresso,  attratto dal comando dell’Uomo-Dio che lo chiamava.
Un Uomo del genere, che aveva dimostrato di governare le leggi della natura cambiando l’acqua in vino, moltiplicando pani e pesci, calmando venti e acque – anche senza contare miracoli come quelli dei lebbrosi risanati di colpo o quello del cieco nato con le occhiaie vuote che vi si era ritrovato dentro due bulbi oculari nuovi di zecca – un uomo del genere poteva magari ben ‘schiodare’ dal suo sepolcro un Lazzaro-cadavere.
Tutti lo avevano visto morto. Ormai era in quel sepolcro da quattro giorni, e lo si capiva anche dall’aria ammorbata dopo che i servi al comando di Gesù avevan tolto la pietra di ingresso.
Ma dentro quel fagotto? Impossibile sbagliare. Quello era il sepolcro nel quale era stato riposto Lazzaro e lì dentro non ci poteva che essere Lazzaro: morto!
Tutti avevano visto Lazzaro nella sua agonia quando i capi giudei erano andati a riverirlo, dato che era pur sempre un ‘potente’. Essi dovevano salvare le apparenze anche se poi erano i primi a contestargli quella sua amicizia con Gesù, l’eretico, il mitomane, quel pazzo, quel bestemmiatore che – per proprio conto - si definiva ‘Figlio di Dio’, che condannava i loro peccati, deludeva le loro ambizioni messianiche in un re terreno, proponendo invece un Re d’Amore. Roba da ridere. Roba da far rivoltare tutti i Profeti nella tomba! Egli – con quella storia dell’amore – infangava le ambizioni nazionali, faceva loro pensare che secoli e secoli di attesa del Messia Liberatore e Vendicatore fossero trascorsi invano. Essi volevano sotto il tallone tutto il mondo che li aveva schiavizzati per secoli, a cominciare dagli ultimi: i Romani, senza dimenticare però gli altri popoli vicini, quelli che oggi chiamiamo genericamente ‘arabi’.
Generazioni e generazioni di schiavitù del popolo di Israele scorrevano negli occhi dei Capi giudei e non sarebbe stato un Gesù a defraudarli del loro sacrosanto diritto alla rivalsa storica, a defraudarli della promessa di Dio di dare ad Israele quel Re dei re dinanzi al quale si sarebbero inginocchiati tutti i popoli sino ai confini della terra.
Ma ora il miracolo avviene ed allora quei Capi Giudei, con gli occhi stravolti, di dividono: ‘Questo è proprio Dio’, dicono alcuni, ‘Questa bisogna subito raccontarla al Sinedrio’, dicono altri, quelli - cioè – che si precipitarono a riferire quel che era successo, come aveva concluso il suo racconto Giovanni.

 

1.2 Per Giove! Sta a vedere che quel pazzo di Nazareno è proprio figlio di un dio…!

Ed i Capi del Sinedrio decidono di riunire in gran fretta il Consiglio. Di fretta? Magari in seduta notturna, come si fa nelle emergenze.
La notizia – visto che Betania era ad un tiro d’arco da Gerusalemme – doveva essersi sparsa ovunque con la velocità di un fulmine.

I commenti del popolo? Un entusiasmo da stadio! ‘Cristo? Lazzaro? Risuscitato? Ah, ma allora quello è proprio il Messia, anzi è proprio Dio! E chi altrimenti potrebbe risuscitare un morto sfatto e risanarlo completamente? Si è rimesso subito a parlare come se niente fosse? Ha anche mangiato per farsi ritornar le forze? Pareva proprio un essere umano vivo come gli altri! Un po’ magro, d’accordo, ma era morto da quattro giorni e poi – malato com’era, chissà da quanto tempo non mangiava! Ah, quel Gesù deve proprio essere il Re dei re, il Messia dei Profeti. Dio non sbaglia mai. Finalmente è arrivato. Questa è l’ora del nostro popolo. Cosa dicevano i profeti? Che tutte le nazioni gli saran soggette? A Lui? Anche a noi! Mah, meglio chiederlo ai sacerdoti e agli scribi: quelli le virgole non se le dimenticano certo! Chissà se Lazzaro si ricorda quel che ha visto nell’Aldilà. E’ il primo uomo veramente morto a tornare dall’Oltretomba. Quella non è stata certo una morte apparente…’
E Ponzio Pilato, cosa avrà detto? Lui doveva avere informatori ovunque. Sua moglie Claudia era anche una segreta ammiratrice di quel ‘profeta’. Cosa poteva pensare Pilato? ‘Il Galileo? L’unico ebreo che egli stimasse perché – oltre ad esser sapiente – non odiava né disprezzava i romani. Fossero stati tutti così, governar la Giudea sarebbe stato come andare in vacanza. Lazzaro risuscitato! Per Giove, sta a vedere che quel pazzo di nazareno – che poi mia moglie dice che è un buon diavolo, veramente sapiente - sta a vedere che è proprio il figlio di un Dio: un Dio più potente dei nostri dei pagani, se è capace di risuscitare i morti dall’Ade…!’.
La stima di Ponzio Pilato in Gesù sarebbe certo cresciuta se in quel momento avvesse saputo quel che in realtà Gesù avrebbe detto un paio di mesi dopo a proposito di quel quesito farisaico sulla moneta romana e sulla liceità del pagamento dei tributi a Cesare, quando aveva replicato: ‘Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio!’.
E intanto i Capi giudei nella Sala del Consiglio? Discutono fra di loro, animatamente. Raccontano, confrontano, litigano anche: ‘Che facciamo? Quest’uomo fa molti miracoli, troppi! Se lo lasciamo ancora fare, tutti crederanno in lui, lo faranno re, verremo esautorati, per noi sarà finita, magari verranno i romani, distruggeranno la nostra città, anzi tutta la nostra nazione!’.
Quest’ultimo doveva esser l’argomento ‘principe’ che veniva opposto ai titubanti, titubanti specie ora di fronte a quel miracolo e che ora si domandavano se la decisione già a suo tempo presa di far arrestare Gesù non fosse stata una decisione sbagliata.
Ma i più duri: ‘Qui non è questione di quel nazareno o di noi. Qui è in ballo la sicurezza nazionale. Quello è pazzo e predica l’amore ma la gente gli crede e lo vuol far Re. I romani non scherzano. Ci lasciano fare finchè ce ne stiamo buoni buoni, ma se solo subodorano che il popolo lo vuole acclamare Re, anzi Re dei re, quelli mandano le coorti, anzi le legioni, e fan piazza pulita. Rappresaglie, incendio, farla finita con questa razza di ribelli, ostinati, che li considerano impuri e corrono a lavarsi le mani appena li han sfiorati…’.
Beh! Non c’è che dire, quei sinedristi sapevano il fatto loro…!
E l’argomento della salvezza della nazione offriva un buon alibi psicologico a quelli che anche avrebbero voluto eliminare Gesù ma non ne avevano il coraggio.
E allora a Caifa, il Gran Sacerdote, in un impeto d’ira verso quelli che ancor dubbiosi non sanno decidersi, gli scappa detto: ‘Voi di Ragion di Stato non capite un accidente! Non comprendete che è meglio che un uomo solo muoia per il popolo anziché far perire tutta la nazione’?
La sua potrebbe sembrare una battuta cinica, e Caifa stesso, ripensando a quel che praticamente gli era nella foga scappato detto, si sarà poi fregato le mani pensando fra sé e sé di esser stato veramente un asso a tirar fuori questo argomento per convincere quegli stupidi di incerti..
Ma Giovanni fa poco dopo una annotazione curiosa che farà stupire quelli che non si intendono di ‘profezie’ e di ‘spirito profetico’.

 

1.3 L’interpretazione delle profezie

Premetto, per chi non lo sappia, che lo Spirito Santo, che è Dio come il Padre e il Figlio, parla attraverso le labbra dei profeti che non di rado non afferrano però la portata reale di quel che essi - sotto l’ispirazione del Signore – predicono o rivelano.
Esser ‘profeta’ non significa necessariamente rivelare il futuro, come comunemente si crede, ma parlare per conto di Dio.
Non era raro il caso di profeti, nell’antico Testamento, che ‘interpretassero’ in maniera personale le loro stesse profezie – cioè le ‘rivelazioni’ del Signore - alla luce del periodo storico che essi stavano vivendo o delle loro stesse opinioni.
E lo stesso succedeva anche ai loro contemporanei.
Se la profezia consisteva in una predizione di un fatto futuro, solo con il passar dei secoli – e cioè con l’avveramento - si sarebbe compresa la sua portata reale.
Questo è sempre stato un ‘dramma’ personale di molti profeti: fare profezie su un lontano futuro che essi – profetando con l’occhio dell’eterno presente di Dio - vedevano invece come molto vicino ma che poi non vedevano avverarsi, venendo così esposti al ridicolo se non all’accusa di essere ‘falsi profeti’.
Oppure interpretare talvolta essi stessi in maniera errata ed in ottica umana quel che – sotto la spinta dell’afflato profetico – essi avevano detto con significato spirituale.
Non parliamo poi dei casi in cui il senso della profezia era addirittura oscuro!
Talvolta – infine - lo Spirito Santo illumina un ‘profeta’ in un dato momento e gli fa capire con chiarezza una data cosa, ma quando quel momento è passato e con esso l’illuminazione di quel potente raggio di luce che fa intendere una verità, l’uomo si ritrova uomo, si ritrova ad interpretare il tutto ‘umanamente’, in conflitto fra quel che aveva intuito in quel precedente momento e quanto la sua ragione, tornata nell’ombra, lo porterebbe a pensare ora che quel momento è passato.
Ne ho già parlato a dovere in un altro mio libro che commenta l’Apocalisse: ‘Alla scoperta del Paradiso perduto’ (Vol. II).
E anche oggi alcuni moderni esegeti tendono ad applicare molte profezie, come quelle dell’Apocalisse, non al futuro - rispetto a 2000 anni fa quando l’Apocalisse fu scritta da Giovanni - ma al passato rispetto ad ora, per il fatto che ‘sembra’ esse si attaglino bene a certi eventi che sono già accaduti, mentre ancora devono accadere.
E’ così che le profezie dell’Apocalisse sulla Grande Tribolazione – che ha da venire – vengono ora applicate retroattivamente ai periodi delle grandi persecuzioni romane: l’Anticristo venturo sono i persecutori romani del passato, la Grande Meretrice, cioè la Donna dell’Apocalisse seduta sopra una Bestia di color rosso scarlatto, a volte è Roma, e altre volte, poiché è anche chiamata ‘Babilonia la grande’, viene interpretata anche come l’antica città di Babilonia, nemica di Israele, mentre invece essa rappresenta l’Umanità intera che verrà chiamata da Dio a pagare per le sue colpe collettive.
Non bisogna tuttavia dimenticare che la storia ha dei corsi e ricorsi, sempre più ampli, che tante situazioni si ripetono, e che quindi le profezie stesse – in situazioni analoghe - si possono ripetere: Babilonia, Roma, l’Umanità futura, perchè la Parola del Signore va sempre interpretata nella sua ‘pienezza di significato e pienezza di ‘tempi’.
Quando il ‘profeta’ parla per conto del Signore egli vede le cose con l’occhio del Signore, da fuori del tempo, nel presente eterno di Dio.
Siamo invece noi che caliamo la profezia nel tempo e in più la interpretiamo, spesso alla luce delle nostre convinzioni personali.
Il più delle volte non è la profezia che è sbagliata – anzi la profezia del Signore non sbaglia mai – ma quelle che son sbagliate sono le nostre ‘interpretazioni’ che ce la fan apparire ‘sbagliata’ se le nostre aspettative non si verificano.
Caifa, quale Sommo Sacerdote nell’esercizio delle sue funzioni, poteva ben ambire al ‘diritto’ di esser ‘profeta’, all’occorrenza. Ed in effetti aveva ‘profetato’, ma poi si era anche ‘interpretato’ secondo le sue convinzioni personali, umanamente e non spiritualmente: e si era complimentato con se stesso per il suo lampo di astuzia.
E lo Spirito Santo – fa capire Giovanni – usa quel ‘profeta’ facendogli dire a futura memoria una grande Verità, anzi la Verità più grande: per salvare (spiritualmente) il popolo di Israele – rappresentativo dell’Umanità intera, cioè il Grande Israele – sarebbe stato necessario sacrificare un uomo – un Uomo-Dio – che a valere della propria vita avrebbe chiesto al Padre il riscatto dell’Umanità stessa alla quale sarebbero state riaperte le porte del Paradiso, sol che avesse dimostrato un poco di buona volontà.
Caifa non poteva capirlo, perché in questo caso era stato ‘usato’ ma non  illuminato, ma lo avrebbero capito le generazioni future.
Senza la morte di Gesù non ci sarebbe stato riscatto per l’Umanità.
Solo la morte di un Dio – con la sua sofferenza di Uomo-Dio – avrebbe potuto riparare la catena immensa dei peccati dell’Umanità, solo la morte di un Dio poteva spezzare le catene che Satana aveva avvolto intorno ai piedi ed alla gola degli uomini.
A questo punto – dopo le parole di Caifa – nel Sinedrio la prospettiva di uccidere Gesù si ammantava di ‘nobiltà’, di Ragion di Stato, di Interesse Superiore per il Bene della Nazione.
Non era necessario dire di più per ‘convincere’ i titubanti: cioè i ‘vili’ che avrebbero voluto la morte di Gesù ma non avevano il coraggio di decretarla formalmente.
I ‘buoni’ del Sinedrio, come ad esempio Nicodemo (quello che aveva le idee un po’ confuse sulla reincarnazione  e che – nel nostro primo volume - avevamo visto che andava nottetempo da Gesù per chiedergli informazioni sul Regno di Dio), o lo stesso Giuseppe d’Arimatea che - assieme a  Nicodemo e Giovanni – avrebbe poi schiodato Gesù dalla croce prestando anche il proprio sepolcro, cosa avrebbero potuto mai fare in quel Sinedrio di vespe impazzite?
Accusati di cecità mentale, anzi di ‘collusione col nemico’, sarebbero stati agevolmente messi in minoranza.
E così il Consiglio del Sinedrio decreta: ‘Gesù deve morire!’.


1.4 Per Giove! Se per la salute di Roma e del divo imperatore io dovessi imprigionare i soggetti pericolosi, o ucciderli qui dove io governo, il Nazareno ed i suoi seguaci, solo essi,dovrei lasciare liberi e vivi Andate. Sgombrate e non tornatemi mai più davanti!

Ma ora, come nei precedenti volumi, leggiamoci la descrizione magistrale che la Valtorta fa della sua visione:

 

549.  Seduta del Sinedrio e udienza da Pìlato.

27 dicembre 1946.
Se la notizia della morte di Lazzaro aveva scosso e agitato Gerusalemme e buona parte della Giudea, la notizia della sua risurrezione finisce di scuotere e di penetrare anche là dove non aveva dato agitazione la notizia della morte. Forse i pochi farisei e scribi, ossia i sinedristi presenti alla risurrezione, non ne avranno parlato al popolo.  Ma certo i giudei ne hanno parlato, e la nuova s'è sparsa in un baleno, e da casa a casa, da terrazzo a terrazzo, voci di donne se la ripetono, mentre in basso il popolino la diffonde con un giubilo grande per il trionfo di Gesù e per Lazzaro.  La gente ripopola le strade correndo qua e là, credendo di arrivare sempre prima a dare la notizia, ma resta delusa perché essa si sa in Ofel come in Bezeta, in Sion come al Sisto.  Si sa nelle sinagoghe e negli empori, nel Tempio e nel palazzo di Erode.  Si sa all'Antonia e dall'Antonia dilaga, o viceversa, ai posti di guardia alle porte.  Empie i palazzi come i tuguri: «Il Rabbi di Nazaret ha risuscitato Lazzaro di Betania, che è morto il dì avanti il venerdì ed è stato messo nel sepolcro avanti l'inizio del sabato ed è risorto all'ora di sesta di oggi».  Le acclamazioni ebraiche al Cristo e all'Altissimo si intrecciano agli svariati «Per Giove!  Per Polluce!  Per Libitina!» ecc. ecc. dei romani.Gli unici che non vedo nella folla che parla nelle vie sono quelli del Sinedrio.  Non ne vedo neppure uno, mentre vedo Cusa e Mannaen uscire da uno splendido palazzo, e sento Cusa dire: «Grande!  Grande!  Ho mandato subito la notizia a Giovanna. Egli è realmente Dio!»; e Mannaen gli risponde: «Erode, venuto da Gerico ad ossequiare... il padrone, Ponzio Pilato, pare pazzo nella reggia, mentre Erodiade è frenetica e lo incalza perché egli ordini l'arresto del Cristo.  Essa trema del suo potere. Egli dai rimorsi.  Batte i denti dicendo ai più fidi di difenderlo... dagli spettri.  Si è ubbriacato per darsi coraggio, e il vino gli turbina nel capo illuminandogli fantasime.  Urla dicendo che il Cristo ha risuscitato anche Giovanni, il quale ora gli urla vicino le maledizioni di Dio.  Io sono fuggito da quella Geenna.  M'è bastato di dirgli: "Lazzaro è risorto per opera di Gesù Nazareno.  Bada a te di toccarlo, perché Egli è Dio".  Gli mantengo quella paura perché non ceda alle voglie omicide di lei».
«Io ci dovrò andare, invece... Ci devo andare.  Ma prima ho voluto passare da Eliel e Eleana.  Vivono a sé, ma sono sempre grandi voci in Israele!  E Giovanna è contenta che io li onori.  E io ... ».
«Una buona protezione per te. E’ vero.  Ma non mai quale l'amore del Maestro.  Quella è l'unica protezione che abbia valore ... ».
Cusa non ribatte parola.  Pensa... Li perdo di vista.
Da Bezeta viene avanti Giuseppe d'Arimatea tutto frettoloso. Lo fermano.  Sono un gruppo di cittadini, incerti ancora se la notizia è da credersi.  E lo chiedono a lui.
«Vera.  Vera.  Lazzaro è risorto ed è guarito anche.  Ho visto coi miei occhi».
«Ma allora... Egli è proprio il Messia!».
«Le sue opere sono tali.  La sua vita è perfetta.  I tempi son quelli.  Satana lo combatte. uno concluda in cuor suo ciò che è il Nazareno» dice, prudente e nello stesso tempo giusto, Giuseppe.  Saluta e se ne va.
Quelli discutono e finiscono per concludere: «Egli è proprio il Messia».
Un gruppo di legionari parla: «Se domani posso, vado a Betanía.  Per Venere e Marte, i miei dèi preferiti!  Potrò girare l'Orbe dai deserti ardenti alle gelate terre germaniche, ma trovarmi dove uno, morto da giorni, risuscita, non mi accadrà più.  Lo voglio vedere come è uno che torna da morte.  Sarà nero dell'onda dei fìumi d'oltre tomba ... ».
«Se era virtuoso sarà livido, avendo bevuto all'onda cerula dei Campi Elisi.  Non c'è soltanto lo Stige, là ... ».
«Ci dirà come sono i prati d'asfodelo dell'Ade... Ci vengo io pure ... ».
«Se Ponzio vorrà ... ».
«Oh! che vuole!  Ha subito spedito un corriere a Claudia, ché venga.  Claudia ama queste cose.  L'ho sentita più di una volta, con le altre e coi suoi liberti greci, discutere d'anima e d'immortalità».
«Claudia crede nel Nazareno.  Per lei è maggiore a ogni altro uomo».
«Sì.  Ma per Valeria è più che uomo.  Dio è. Una specie di Giove e di Apollo per potenza e bellezza, dicono, ed è più sapìente di Minerva.  L'avete visto voi?  Io sono venuto con Ponzio per la prima volta qui, e non so ... ».
«Credo che sei giunto in tempo per vedere molte cose.  Poco fa Ponzio urlava come Stentore dicendo: "Qui si deve tutto cambiare.  Devono comprendere che Roma comanda, e che essi, tutti, sono servi.  E più grandi sono, più servi sono, perché più pericolosi".Credo fosse per quella tavoletta che gli era stata portata dal servo di Anna ...».
«Già.  Non li vuole ascoltare... E ci cambia tutti perché... non vuole amicizie fra noi e loro».
«Fra noi e loro?  Ah!  Ah!  Ah!  Con quei nasuti che san di becco? Ponzio digerisce male il troppo porco che mangia.  Se mai... l'amicizia è con qualche donna che non disdegna il bacio di bocche rasate ... », ride uno malizioso.
«Il fatto è che, dopo le turbolenze dei Tabernacoli, ha chiesto e ottenuto il cambio di tutte le milizie, e che a noi ci tocca andare ... ».
«Ciò è vero.  Già era segnalato a Cesarea l'arrivo della galera che porta Longino e la sua centuria.  Graduati nuovi, milizie nuove... e tutto per quei coccodrilli del Tempio.  Io ci stavo bene qui».
«Io stavo meglio a Brindisi... Ma mi abituerò» dice quello da poco arrivato in Palestina.
Si allontanano essi pure.
Delle guardie del Tempio passano con delle tavolette cerate. La gente li osserva e dice: «Il Sinedrio si raduna di urgenza.  Che vorrà fare?».
Uno risponde: «Saliamo al Tempio e vediamo ... ».
Si avviano verso la via che va al Moria.
Il sole scompare dietro alle case di Sion e ai monti occidentali.  Cala la sera, che presto sgombra le strade dai curiosi.  Quelli che sono saliti al Tempio ne scendono inquieti, perché sono stati cacciati via anche dalle porte, dove si erano attardati per vedere passare i sinedristi.
L'interno del Tempio, vuoto, deserto, avvolto nella luce della luna, pare immenso.  I sinedristi si radunano lentamente nella sala del Sinedrio.  Ci sono tutti, come per la condanna di Gesù, però non sono presenti quelli che allora facevano come da scrivani.  Non ci sono che i sinedristi, parte ai loro posti, parte a crocchi presso le porte.
Entra Caifa con la sua faccia e il suo corpo da rospo obeso e cattivo, e va al suo posto.
Cominciano subito a discutere sui fatti avvenuti, e tanto li appassiona la cosa che presto la seduta diviene movimentata.  Lasciano i seggi, scendono nello spazio vuoto gesticolando e parlando forte.

Qualcuno consiglia la calma e di ben ponderare prima di prendere delle decisioni.
Altri rimbeccano: «Ma non avete sentito quelli venuti qui dopo nona?  Se perdiamo i giudei più importanti, che ci serve più accumulare le accuse?  Più Egli vive e meno saremo creduti se lo accusiamo».
«E questo fatto non lo si può negare.  Non si può dire ai molti che erano là: ‘Avete visto male.  E una finzione.  Eravate ebbri’.  Il morto era morto.  Putrido.  Sfatto.  Il morto era deposto nel chiuso sepolcro, e il sepolcro era ben murato.  Il morto era sotto le bende e i balsami da più giorni.  Il morto era legato.  Eppure è uscito dal suo posto, è venuto da solo senza camminare sino all'apertura.  E liberato che fu, nel suo corpo non era più morte.  Respirava.  Non c'era più corruzione.  Mentre prima, da vivo, era piagato, e da morto era tutto corrotto».
«Avete sentito i più influenti giudei, quelli che avevamo spinto là per conquistarli a noi del tutto?  Sono venuti a dire: "Per noi è il Messia".  Quasi tutti sono venuti!  Il popolo poi! ... ».
«E questi maledetti romani pieni di fole!  Dove li mettete?  Per essi Egli è Giove Massimo.  E se entrano in quell'idea!  Ci hanno fatto conoscere le loro storie, e fu maledizione.  Anatema su chi volle l'ellenismo in noi e per adulazione ci profanò con costumi non nostri!  Ma però ciò serve anche a conoscere.  E conosciamo che presto fa il romano ad abbattere e ad innalzare con congiure e colpi di stato.  Ora, se alcuno, qui, di questi folli, si entusiasma del Nazareno e lo proclama Cesare, e perciò divino, chi più lo tocca?».
«Ma no!  Ma chi vuoi che faccia questo?  Essi se ne ridono di Lui e di noi.  Per grande che sia ciò che compie, per essi è sempre "un ebreo".  Perciò un miserabile.  La paura ti fa stolto, o figlio di Anna!».
«La paura?  Hai sentito come ha risposto Ponzio all'invito di mio padre?  Egli è scosso, ti dico.  Egli è scosso da quest'ultimo fatto e teme il Nazareno.  Miseri noi!  Quell'uomo è venuto per nostra rovina!».
«Almeno non fossimo andati là, e là non avessimo quasi comandato che andassero i più potenti giudei!  Se Lazzaro fosse risorto senza testimoni...».
«Ebbene?  Che mutava?  Non potevamo certo farlo sparire per far credere che fosse sempre morto!».
«Questo no.  Ma potevamo dire che era stata una falsa morte. Testimoni pagati per dire il falso se ne trovano sempre».
«Ma perché tanto agitati?  Non ne vedo la ragione!  Egli ha forse fatto atto di eccitazione contro il Sinedrio e il Ponteficato?  No. Si è limitato a compiere un miracolo».
«Si è limitato?!  Ma sei stolto, o venduto a Lui, Eleazaro?  Non ha eccitato contro il Sinedrio e il Ponteficato?  E che vuoi di più?  La gente ... ».
«La gente può dire ciò che vuole, ma le cose sono come le dice Eleazaro.  Il Nazareno non ha che fatto un miracolo».
«Ecco l'altro che lo difende!  Non sei più un giusto, Nicodemo! Non sei più un giusto!  Questo è un atto contro di noi.  Contro di noi, capisci?  Nessuna cosa più persuaderà la folla.  Ah! miseri noi!  Io oggi fui beffato da alcuni giudei.  Io beffato!  Io!».
«E taci là, Doras!  Tu non sei che un uomo.  Ma è l'idea che è colpita!  Le nostre leggi!  Le nostre prerogative!».
«Bene dici, Simone, e occorre difenderle».
«Ma come?».
«Offendendo, distruggendo le sue!».
«Presto detto, Sadoc.  Ma con che le distruggi se non sai, di tuo, far rivivere un moscerino?  Qui ci vorrebbe un miracolo più grande del suo.  Ma nessuno di noi lo può fare, perché ... ». Colui che parla non sa dire perché.
Giuseppe d'Arimatea termina la frase: «Perché noi siamo uomini, soltanto uomini».
Gli si avventano contro chiedendo: «Ed Egli chi è, allora?».
Il d'Arimatea risponde sicuro: «Egli è Dio.  Se ne avessi avuto ancora dei dubbi ... ».
«Ma non li avevi i dubbi.  Lo sappiamo, Giuseppe.  Lo sappiamo.  Dillo pure apertamente che tu lo ami!».
«Nulla di male se Giuseppe lo ama.  Io stesso lo riconosco come il più grande Rabbi d'Israele».

«Tu!  Tu, Gamaliele, dici questo?».
«Lo dico.  E di essere... detronizzato da Lui mi onoro, perché sin qui io avevo conservato la tradizione dei grandi rabbi, l'ultimo dei quali fu Illele, ma dopo me non avrei saputo chi poteva raccogliere la sapienza dei secoli.  Ora me ne vado contento, perché so che essa non morrà, ma anzi diventerà più grande, perché aumentata dalla sua, alla quale certo è presente lo Spirito di Dio».
«Ma che dici, Gamaliele?».
«La verità.  Non è chiudendosi gli occhi che si può ignorare ciò che noi siamo.  Noi non siamo più sapienti, perché principio della sapienza è il timor di Dio, e noi siamo peccatori senza timore di Dio.  Se avessimo questo timore, non conculcheremmo il giusto e non avremmo la stolta ingordigia per le ricchezze del mondo.  Dio dà e Dio toglie.  A seconda dei meriti e dei demeriti.  E se Dio ora ci leva ciò che ci aveva dato, per darlo ad altri, sia benedetto, perché santo è il Signore e sante sono tutte le sue azioni».
«Ma noi parlavamo di miracoli e volevamo dire che nessuno di noi li può fare perché con noi non è Satana».
«No.  Perché con noi non è Dio.  Mosè separò le acque e aprì la rupe, Giosuè fermò il sole, Elia risuscitò il fanciullo e fece cadere la pioggia, ma con essi era Dio.  Vi ricordo che sei sono le cose che Dio odia, ed esecra la settima: gli occhi superbi, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni malvagi, i piedi che corrono rapidi al male, il falso testimonio che dice menzogne e colui che mette discordie tra i fratelli.  Noi facciamo tutte queste cose.  Noi, dico.  Ma voi solo le fate.  Perché io me ne astengo dal gridare ‘Osanna’ e dal gridare ‘Anatema’.  Io attendo».
«Il segno!  Già!  Tu attendi il segno!  Ma quale segno attendi da un povero folle, se proprio vogliamo dargli tutti i perdoni?».
Gamaliele alza le mani e, le braccia in avanti, gli occhi chiusi, il capo lievemente chinato, ieratico quanto mai, parla lentamente e con voce lontana: «Ho interrogato ansiosamente il Signore perché mi indicasse la verità, ed Egli mi ha illuminato le parole di Gesù figlio di Sirac.  Queste: "Il Creatore di tutte le cose mi parlò e mi diede i suoi ordini, e Colui che mi creò riposò nel mio Tabernacolo e mi disse: 'Abita in Giacobbe, tuo retaggio sia in Israele, getta le tue radici tra i miei eletti "'... E ancora mi illuminò queste, e le ho riconosciute: "Venite a me, voi tutti che mi bramate, e saziatevi dei miei frutti, perché il mio spirito è più dolce del miele e il mio retaggio più del favo.  Il ricordo di me durerà nelle generazioni dei secoli.  Chi mi mangia avrà di me fame e chi beve di me avrà di me sete, e chi mi ascolta non avrà da arrossire e chi lavora per me non pecca, e chi mi illustra avrà la vita eterna".  E la luce di Dio crebbe sul mio spirito mentre leggevano i miei occhi queste parole: "Tutte queste cose contiene il libro della Vita, il testamento dell'Altissimo, la dottrina della Verità... Dio promise a Davide di far nascere da lui il Re potentissimo, che deve stare assiso in eterno sul trono della gloria.  Egli ridonda di sapienza come il Fison e il Tigri al tempo dei nuovi frutti, come l'Eufrate ridonda d'intelligenza e cresce come il Giordano al tempo della messe.  Egli diffonde la sapienza come la luce... Egli per primo l'ha perfettamente conosciuta".  Questo mi ha fatto illuminare Dio!  Ma, ahi! che dico, che la Sapienza che è fra noi è troppo grande perché noi la si comprenda e si accolga ciò che è pensiero più vasto dei mari e consiglio più profondo del grande abisso.  E noi lo sentiamo gridare: "Io come canale d'acque immense sgorgai dal Paradiso e dissi: 'Inaffierò il mio giardino', ed ecco il mio canale divenire fiume, e il fiume mare.  Come l'aurora io irraggio a tutti la mia dottrina, e la farò conoscere ai più lontani.  Penetrerò nelle parti più basse, getterò lo sguardo sui dormenti, illuminerò quelli che sperano nel Signore.  E ancor spanderò la mia dottrina come profezia e la lascerò a quelli che cercano la sapienza, non cesserò d'annunziarla sino al secolo santo.  Non ho lavorato per me soltanto, ma per tutti quelli che cercano la verità".  Questo mi ha fatto leggere Jeovè, l'altissimo», e riabbassa le braccia alzando il capo.
«Ma allora per te è il Messia?!  Dillo!».
«Non è il Messia».
«Non è? E allora cosa è per te?  Demonio, no.  Angelo, no.  Messia, no...».
«E’ colui che è».
«Tu deliri!  Dio è? Dio è per te, quel folle?».
«E’ colui che è. Dio sa ciò che Egli è. Noi vediamo le sue opere. Dio vede anche i suoi pensieri.  Ma non è il Messia, perché per noi Messia vuol dire Re.  Egli non è, non sarà re.  Ma è santo. E le sue opere sono da santo.  E noi non possiamo alzare la mano sull'innocente, a meno di non commettere peccato.  Io non sottoscriverò al peccato».
«Ma con quelle parole tu quasi lo hai detto l'Atteso!».
«L'ho detto.  Finché durò la luce dell'Altissimo, io lo vidi tale. Poi... non tenendomi più la mano del Signore alto levato nella luce sua, io tornai uomo, l'uomo d'Israele, e le parole non furono più che parole alle quali l'uomo d'Israele, io, voi, quelli prima di noi e, Dio non lo permetta, quelli dopo di noi, danno il significato del loro, del nostro pensiero, non il significato che hanno nel Pensiero eterno che le ha dettate al suo servo».
«Noi parliamo, divaghiamo, perdiamo tempo.  Ed il popolo intanto si agita» gracchia Canania.
«Bene dici!  Occorre decidere e fare, per salvarsi e trionfare».
«Voi dite che Pilato non ci ha voluti ascoltare quando chiedevamo il suo aiuto contro il Nazareno.  Ma se noi gli facessimo sapere... Avete detto prima che, se le milizie si esaltano, possono proclamarlo Cesare... Eh!  Eh!  Buona idea!  Andiamo a prospettare al Proconsole questo pericolo.  Avremo onori come a fedeli servi di Roma e... se egli interverrà noi saremo sbarazzati del Rabbi.  Andiamo, andiamo!  Tu, Eleazaro di Anna, che gli sei più di tutti amico, sii nostro duce», ride serpentino Elchia.
Vi è un poco di titubanza, ma poi un gruppo dei più fanatici esce per recarsi all'Antonia.  Resta Caifa insieme agli altri.
«A quest'ora!  Non saranno ricevuti» obbietta uno.
«No, anzi! E’ la migliore.  Ponzio è sempre di buon umore quando ha bevuto e mangiato come beve e mangia un pagano ... ».

Li lascio là a discutere, e mi si illumina la scena dell'Antonia.

Il breve tragitto è presto fatto e senza difficoltà, tanto è limpida la luna che fa gran contrasto con la luce rossa dei lumi accesi nel vestibolo del palazzo pretorio.
Eleazaro riesce a farsi annunciare a Pilato, e vengono fatti passare in una sala grande e vuota.  Assolutamente vuota.  Vi è soltanto una sedia pesante, bassa di spalliera, coperta di un drappo porpureo, che spicca vivamente nel candore assoluto della sala.  Stanno raggruppati, un poco timorosi, infreddoliti, ritti sul marmo candido del pavimento.  Non viene nessuno.  Il silenzio è assoluto.  Però, a intervalli, una musica lontana rompe questo silenzio.
«Pilato è a mensa.  Certo è con amici.  Questa musica è suonata nel triclinio.  Ci saranno danze in onore degli ospiti» dice Eleazaro di Anna.
«Corrotti!  Domani mi purificherò.  La lussuria trasuda da queste pareti» dice con ribrezzo Elchia.
«Perché ci sei venuto, allora?  Tu lo hai proposto» gli ribatte Eleazaro.
«Per l'onore di Dio e il bene della Patria so fare qualsiasi sacrificio.  E questo è grande!  Mi ero purificato per aver avvicinato Lazzaro... e ora!... Giornata tremenda, oggi! ... ».
Pilato non viene.  Il tempo passa.  Eleazaro, pratico del luogo, tenta le porte.  Sono tutte chiuse. Lo spavento si impadronisce dei presenti. Paurose storie riaffíorano.  Rimpiangono di essere venuti.  Si sentono già perduti.      
Fìnalmente ecco, nel lato opposto al loro, che sono presso la porta dalla quale sono entrati, e perciò presso l'unica sedia dell'ambiente, ecco aprirsi una porta ed entrare Pilato, candido nella sua veste come è candida la sala.  Entra parlando con dei convitati.  Ride.  Si volge ad ordinare ad uno schiavo, che tiene sollevata la tenda oltre l'uscio, di gettare essenze in un braciere e di portare profumi e acque per le mani, che uno schiavo venga con specchio e pettini.  Degli ebrei non si cura, come non ci fossero.  Quelli si arrovellano, ma non osano gesti...
Laggiù, intanto, vengono portati i bracieri, sparse le resine sui fuochi e versate acque profumate sulle mani romane.  E uno schiavo, con mosse esperte, ravvia i capelli secondo la moda dei ricchi romani del tempo.  E gli ebrei si arrovellano.
I romani ridono fra loro e scherzano, guardando ogni tanto il gruppo che attende là in fondo, e uno parla a Pilato che non si è mai voltato a guardare; ma Pilato scrolla le spalle facendo un gesto annoiato e batte le mani per chiamare uno schiavo, al quale ordina a voce alta di portare dolciumi e di far entrare le danzatrici.  Gli ebrei fremono d'ira e di scandalo.  Pensare ad un Elchia costretto a vedere delle danzatrici!  Il suo volto è un poema di sofferenza e di odio.
Vengono gli schiavi coi dolciumi in coppe preziose, e dietro essi le danzatrici incoronate di fiori e appena coperte da tele così leggere da parere veli.  Le carni bianchissime traspaiono dalle vesti leggere, tinte di rosa e di azzurro, quando esse passano davanti ai bracieri ardenti e ai molti lumi messi là in fondo.  I romani ammirano la grazia dei corpi e delle movenze, e Pilato chiede ancora un passo di danza che gli è particolarmente piaciuto.  Elchia - e i suoi compari lo imitano - si volge sdegnato contro al muro per non vedere le danzatrici trasvolare come farfalle fra un ondeggiare di vesti scomposte.
Finita la breve danza, Pilato le congeda, mettendo in mano di ognuna la coppa colma di dolciumi, nella quale getta con noncuranza un bracciale. E finalmente si degna di voltarsi a guardare gli ebrei, e dice agli amici con voce annoiata: «E ora... dovrò dal sogno passare alla realtà... dalla poesia alla... ipocrisia... dalla grazia alle laide cose della vita.  Miserie dell'esser Proconsole!... Salve, amici, e abbiate compassione di me».
Resta solo e lentamente si avvicina agli ebrei.  Si siede, si osserva le mani ben curate, e scopre qualche cosa che non va sotto un'unghia.  Se ne occupa e preoccupa traendo fuor dalla veste un sottile e aureo bastoncino, col quale rimedia al gran danno di un'unghia imperfetta...
Poi, bontà sua, gira il capo lentamente.  Sogghigna vedendo gli ebrei ancora curvi in un inchino servile, e dice: «Voi!  Qui!  E siate brevi.  Non ho tempo da sciupare in cose senza valore».
Gli ebrei si avvicinano sempre servili nell'atto, finché un: «Basta!  Non troppo vicini» li inchioda al suolo.
«Parlate!  E state diritti, ché solo degli animali è stare piegati verso il suolo», e ride.  Gli ebrei si raddrizzano sotto lo scherno e stanno impettiti.

«Dunque?  Parlate!  Avete voluto venire per forza.  Ora che siete qui, parlate».
«Volevamo dirti... Ci risulta... Noi siamo servi fedeli di Roma ... ».
«Ah!  Ah!  Ah!  Servi fedeli di Roma!  Lo farò sapere al divo Cesare e ne sarà felice!  Felice sarà!  Parlate, buffoni!  E svelti!».
I sinedristi fremono, ma non reagiscono. Elchia prende la parola per tutti: «Devi sapere, o Ponzio, che oggi in Betania è stato risuscitato un uomo ... ».
«Lo so.  Per dirmi questo siete venuti?  Lo sapevo già da molte ore.  Felice lui, che già sa cosa è il morire e cosa è l'altro mondo! E che ci posso fare se Lazzaro di Teofilo è risorto?  Forse mi ha portato un messaggio dall'Ade?». E’ ironico.
«No.  Ma la sua risurrezione è un pericolo ... ».
«Per lui?  Certo!  Pericolo di dover morire di nuovo.  Operazione poco gradevole.  Ebbene?  Che ci posso fare?  Sono Giove io?».
«Pericolo non per Lazzaro.  Ma per Cesare».
«Per?... Domine!  Ma forse ho bevuto!  Avete detto: per Cesare? E che può nuocere Lazzaro a Cesare?  Forse temete che il puzzo del suo sepolcro possa corrompere l'aria che respira l'Imperatore?  Datevi pace!  Troppo lontano!».
«Non questo. E’ che Lazzaro risorgendo può far detronizzare l'Imperatore».
«Detronizzare?  Ah!  Ah!  Ah!  Questa è più grande del mondo!  Ma allora l'ebbro non sono io, ma voi siete ebbri.  Forse lo spavento vi ha sconvolto la mente.  Vedere risorgere... Credo, credo che possa turbare.  Andate, andate a letto.  Un buon riposo.  E un bagno caldo.  Molto caldo.  Salutare contro i deliri».
«Non deliriamo, Ponzio.  Ti diciamo che, se non provvedi, tu passerai ore tristi.  Sarai punito certo, se anche non sarai ucciso dall'usurpatore.  Fra poco il Nazareno sarà proclamato re, re del mondo, capisci?  I tuoi legionari stessi lo faranno.  Essi sono sedotti dal Nazareno, e il fatto di oggi li ha esaltati.  Che servo sei di Roma se non ti preoccupi della sua pace?  Vuoi dunque vedere l'impero sconvolto e diviso in causa della tua inerzia?  Vuoi vedere vinta Roma e abbattute le insegne, ucciso l'imperatore, tutto distrutto ... ».
«Silenzio!  Parlo io.  E vi dico: siete dei pazzi!  Più ancora.  Siete dei mentitori.  Dei malandrini siete.  Meritereste la morte.  Uscite di qui, laidi servi del vostro interesse, del vostro odio, della vostra bassezza.  Servi voi.  Non io.  Io sono cittadino romano, e i cittadini romani non sono servi a nessuno.  Io sono il funzionario imperiale e lavoro per le patrie fortune.  Voi... siete i soggetti. Voi... voi siete i dominati.  Voi... voi siete i galeotti legati alle bancate e fremete inutilmente.  La sferza del capo vi sta sopra.  Il Nazareno!... Vorreste che io uccidessi il Nazareno?  Vorreste che lo imprigionassi?  Per Giove!  Se per la salute di Roma e del divo Imperatore io dovessi imprigionare i soggetti pericolosi, o ucciderli qui dove io governo, il Nazareno e i suoi seguaci, solo essi, dovrei lasciare liberi e vivi.  Andate.  Sgombrate e non tornatemi mai più davanti.  Turbolenti!  Sobillatori!  Ladri e manutengoli di ladri!  Non uno dei vostri armeggii mi è ignoto.  Sappiatelo.  E sappiate anche che armi fresche e legionari novelli hanno servito a scoprire le vostre trappole e i vostri strumenti.  Strillate per le imposte romane.  Ma quanto vi è costato Melchia di Galaad, e Giona di Scitopoli, e Filippo di Soco, e Giovanni di Betaven e Giuseppe di Ramaot, e tutti gli altri che presto saranno presi?  E non andate verso le grotte della valle, perché vi sono più legionari che pietre, e la legge e la galera sono uguali per tutti.  Per tutti!  Capite?  Per tutti.  E spero di vivere tanto da vedervi tutti in catene, schiavi fra schiavi sotto il tallone di Roma.  Uscite!  Andate e riferite - anche tu, Eleazar di Anna, che non desidero vedere più nella mia casa - che il tempo della clemenza è finito, e che io sono il Proconsole e voi i sudditi.  I sudditi.  E io comando.  In nome di Roma.  Uscite!  Serpi notturne!  Vampiri!  E il Nazareno vi vuole redimere?  Se Egli fosse Dìo, fulminarvi dovrebbe!  E dal mondo sarebbe sparita la macchia più schifosa.  Via!  E non osate fare congiure, o conoscerete il gladio e il flagello».

Si alza e se ne va sbatacchiando la porta davanti agli allibiti sinedristi, che non hanno tempo di rinvenire, perché entra un drappello armato che li caccia fuori dalla sala e dal palazzo come tanti cani.

Ritornano all'aula del Sinedrio.  Raccontano.  L'agitazione è somma.  La notizia dell'arresto di molti ladroni e delle battute nelle grotte per prendere gli altri turba fortemente tutti i rimasti.  Perché molti, stanchi di attesa, se ne sono andati.
«Eppure non possiamo lasciarlo vivere» urlano dei sacerdoti.
«Non possiamo lasciarlo fare.  Egli fa.  Noi non facciamo.  E giorno per giorno perdiamo terreno. Se lo lasciamo libero ancora, Egli continuerà a fare miracoli e tutti crederanno in Lui. E i romani finiranno a venirci contro e a distruggerci del tutto. Ponzio dice così.  Ma se la folla lo acclamasse re, oh! allora Ponzio ha il dovere di punirci, tutti.  Non lo dobbiamo permettere» strilla Sadoc.
«Va bene. Ma come? La via......    legale romana è fallita. Ponzio è sicuro sul Nazareno. La via......  legale nostra è... resa impossibile. Egli non pecca ... » obbietta uno.
«Si inventa la colpa, se colpa non c'è» insinua Caifa.
«Ma è peccato fare questo!  Giurare il falso!  Far condannare un innocente! E’... troppo! ...» dicono con orrore i più.
«E’ un delitto, perché sarà la morte per Lui».
«Ebbene?  Ciò vi spaventa?  Siete degli stolti e non vi intendete di nulla.  Dopo ciò che è avvenuto, Gesù deve morire.  Non riflettete voi tutti che è meglio per noi che muoia un uomo anziché molti uomini?  Perciò Egli muoia per salvare il suo popolo, onde non perisca tutta la nostra nazione.  Del resto... Egli lo dice di essere il Salvatore.  Perciò si sacrifichi per salvare tutti» dice Caifa, ributtante di odio freddo e astuto.
«Ma Caifa!  Rifletti!  Egli ... ».
«Ho detto.  Lo Spirito del Signore è su me, Sommo Sacerdote. Guai a chi non rispetta il Pontefice d'Israele.  Le folgori di Dio su lui!  Basta di attesa!  Basta di orgasmi!  Ordino e decreto che chiunque sappia dove si trova il Nazareno venga e ne denunci il luogo, e anatema su chi non ubbidirà alla mia parola».
«Ma Anna ... » obbiettano alcuni.
«Anna mi ha detto: "Tutto ciò che farai sarà santo".  Leviamo la seduta.  Venerdì, fra terza e sesta, tutti qui per deliberare. Tutti, ho detto.  Fatelo sapere agli assenti.  E siano chiamati tutti i capi delle famiglie e delle classi, tutto il fior di Israele.  Il Sinedrio ha parlato.  Andate».
E si ritira per il primo da dove è venuto, mentre gli altri se ne vanno da altre parti, e parlando a voce sommessa escono dal Tempio andando alle loro case.