(Il Vangelo secondo Matteo  –  Mt 2, 1-12 - La Sacra Bibbia – Edizioni Paoline, 1968)
(M.V.: ‘L’Evangelo come mi è stat rivelato’ – Cap. 34 – Centro Editoriale Valtortiano)
(G.L. ‘Alla ricerca del Paradiso perduto’ – Cap. 54 – Edizioni Segno)

8. Il Vangelo della Fede

 
Mt 2, 1-12:

Nato Gesù in Betleem di Giuda, al tempo del re Erode, ecco, dei Magi arrivarono dall’Oriente a Gerusalemme, e domandarono: «Dove è nato il re dei Giudei? Poiché abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo ».
Udito questo, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme.
E, radunati tutti i grandi Sacerdoti, e gli Scribi del popolo, domandò loro dove doveva nascere il Cristo.
Essi gli risposero: « A Betleem di Giuda; così infatti è stato scritto dal profeta: ‘E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei certo la minore fra le città di Giuda, perché da te uscirà un capo che guiderà Israele, mio popolo ».
Allora Erode, chiamati in segreto i Magi, volle sapere da loro minutamente da quanto tempo la stella era loro apparsa; poi, inviandoli a Betleem, disse: «Andate e fate diligenti ricerche del fanciullo; e quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, affinchè io pure vada ad adorarlo ».
Essi, udito il re, partirono; ed ecco, la stella, che avevano veduta in Oriente, li precedeva, finchè giunta sopra il luogo ove era il fanciullo, si fermò.
Vedendo essi la stella, furono ripieni di una grande gioia; ed entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre e, prostratisi, lo adorarono; aperti poi i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Quindi, avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, tornarono al loro paese per altra via.

 

8.1 Erode sarà stato anche una volpe, d’accordo, ma - quanto a furbizia - quei ‘maghi’… 

I Magi arrivano. Da dove? Dall’Oriente.
Inutile affannarsi a cercare significati ‘simbolici’ alla parola ‘Oriente’.
Vuol dire proprio Oriente, cioè dalle terre situate ad oriente di Gerusalemme dove lo studio dell’astrologia, allora, era una cosa seria.
I ‘magi’, allora, non erano i ‘maghi’di oggi ma, presso i Medi e i Persiani ad esempio, erano una specie di classe di sacerdoti, con gli occhi – specie quelli di questi nostri tre Magi - rivolti al Cielo: ecco perché conoscevano così bene le stelle e ne sapevano interpretare il significato.
I nostri Magi dunque – nei loro rispettivi paesi di origine – scrutano il cielo, individuano la presenza di una stella ‘anomala’ e, collegandola a certe remote predizioni che avevano sentito in oriente legate al misterioso avvento di un grande personaggio, intuiscono che quella stella ne è il ‘segno’. E partono.
Essi – sempre seguendo la stella - arrivano a Gerusalemme ma lì, sul più bello, la stella scompare e loro vanno nel panico.
Sapevano che era nato un re, anzi il Messia perché tutti, da secoli e non solo in Israele, sapevano che sarebbe dovuto arrivare un Messia, una sorta di grande Re.
Ed Erode il Grande ne era tanto convinto che – nel venire a sapere da questi importanti personaggi che un Messia doveva essere nato – se ne turbò…, termine ‘elegante’ che Matteo usa per non dire che gli era venuto un colpo.
Il Messia che Israele si aspettava non era infatti Gesù, Salvatore dai peccati, ma un re di guerra, un conquistatore, che avrebbe sottomesso finalmente tutti i nemici di Israele ma che – secondo Erode – avrebbe fatto piazza pulita cominciando proprio da lui che era in quel momento al  potere, per giunta con la ‘benedizione’ di Roma imperiale che aveva sottomesso Israele.
Ma Erode era una volpe e – dopo essersi fatto confermare da Sacerdoti e Scribi che quella del Messia era proprio una verità predetta dai Profeti di Israele e che quelli erano più o meno anche i ‘tempi giusti’ - gioca d’astuzia, manda avanti i tre, ingenui come tutti i ‘santi’, e lascia che  essi - i pesci – dopo aver abboccato amo con lenza – gli consegnino praticamente il pargolo perché a Gerusalemme – ad adorarlo – ci avrebbe poi pensato lui, come aveva loro ben detto.
Quelli – saputo quindi che il Messia avrebbe dovuto nascere a Betlemme – ripartono per raggiungere questo villaggio dove poi entrano nella sua casa.
Ho detto casa e non stalla, perché qui Matteo parla proprio di una casa, anche se Luca aveva fatto capire che erano in una stalla.
Ecco dunque un altro esempio di ‘discordanza biblica’ che spingerebbe certi critici razionalisti – in nome della ragione – a respingere la ‘storicità’ dei vangeli attribuendoli alla ‘fabulazione’ dei primi cristiani.

Nel primo capitolo di questo nostro libro noi avevamo però affrontato il tema ‘I Vangeli: mito o storia?’ e ci eravamo convinti – per lo meno voglio sperare – che siano storia.
Ma questa storia dei magi e della ‘stella’ vi confesso che a me era sempre sembrata un mito perché io un tempo la pensavo un poco come Voltaire (vedi il mio ‘Alla scoperta del Paradiso perduto’ - Cap. 4 – L’intervista).
Una volta mi presi anche una solenne lavata di capo dalla mia ‘Luce’ perché – proprio parlando dei magi e della stella – ero andato oltre le sponde permettendomi di ironizzarci pesantemente sopra, alla Voltaire…appunto.
Era successo nel corso di una occasione conviviale – della quale la vendemmia aveva costituito la causa ‘scatenante’ insieme ad una abbondante libagione –  come avevo raccontato...

(G.Landolina: ‘Alla ricerca del Paradiso perduto’ – Cap. 54 – Ed. Segno)

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54. Fede, Speranza, Carità: tre virtù necessarie all' unione con Dio.


Tempo di vendemmia. Ieri, una giornata splendida di settembre, abbiamo vendemmiato. Armato il mio  trattore cingolato e il suo rimorchio, carico di ceste e cestini, ognuno di noi  vendemmiatori con il suo bravo paio di cesoie da potatura, ci siamo diretti nel vigneto vicino alla nostra casa per raccogliere il frutto del sudore di una annata di lavoro. Vigna vecchia, vino buono. Siamo una decina e 'attacchiamo' alle nove del mattino con canti di campagna, di montagna e con abbondanti 'degustazioni' di uva, così, solo per sentire se è 'matura' al punto giusto... naturalmente. Nel pomeriggio, con grande efficienza, si completa il lavoro iniziato e si porta - come suol dirsi - il 'fieno' in cascina, o meglio due carri d' uva in prossimità della cantina di casa.
Stamattina, appena il sole inizia a scaldare, tutti in piedi per l' operazione di pigiatura... meccanica. Oggi infatti non si pigia più, come una volta, con i piedi dentro al tino ma si 'inforcano' i grappoli d' uva nel carro, li si scaricano in una sorta di tramoggia, la 'deraspatrice', dove una vite senza fine - fatta girare da un motore - 'macina' l'uva, scartando il raspo e pompando - attraverso un lungo tubo - gli acini schiacciati ed il succo direttamente giù nella cantina nella grande botte già predisposta dal giorno prima dove il mosto comincerà a fermentare per diventare poi 'vino' dopo aver subito le varie operazioni di travaso. Terminata la pigiatura non senza qualche momento di panico e 'suspence' quando ci accorgiamo che la 'porta' di legno' mal stagnata della botte  perde mosto a volontà, provveduto ad una stuccatura di pronto intervento grazie alla perizia di un amico chiamato d' urgenza, ci ritroviamo finalmente contenti tutti a tavola davanti a tante belle bottiglie di vino doc dell' anno precedente.
E' bella la vendemmia. Si ritrova il gusto di stare e lavorare insieme, e le 'mangiate' all' aperto sono il pretesto per riscoprire il senso dimenticato della comunità agreste, se non della famiglia. Mio fratello, che di solito si fa 500 chilometri d'auto per venire a vendemmiare  da me con la sua brava moglietta svedese, è quest' anno assente 'giustificato', trattenuto a casa da una cucciolata di otto piccoli pastori maremmani che la loro impudente Flicka gli ha scodellato nottetempo nella cuccia impedendogli di venire qui a gustare i piaceri di Bacco ed obbligandolo ad improvvisarsi 'baby sitter'. Pazienza. Lui si è rifatto della scampagnata perduta con lunghe telefonate per farsi relazionare sulla quantità e qualità della eccezionale vendemmia -  perchè così ha detto la televisione e se lo ha detto la TV allora è 'vero' ! - e soprattutto per prenotare un corposo stock di bottiglie per l' anno prossimo, tanto per non perdere il vizio chè il 'pelo' del 'lupo', il mio sessantacinquenne fratellone, l' ha perso ormai da un pezzo, checchè lui ne dica...
C' era dunque questo solo 'neo', la mancanza del fratello e della cognata, a rendere meno completa la gioia della bella giornata.
A tavola, fra una bottiglia e l' altra (perchè dire 'fra un bicchiere e l' altro' non sarebbe verità) si discute di tante cose e per una di quelle 'stranezze' che non saprei come spiegarvi se non imputandolo alle bottiglie di vino (altrimenti non saprei proprio chiarire come si sia arrivati a discutere  in un 'baccanale' del genere dei 'Re magi' e della stella di Natale che avrebbe loro indicato la strada di Betlemme dove era nato Gesù ) si è parlato alla fine proprio di questo. Forse perchè  fra i commensali vendemmiatori ve n' era uno che sosteneva che i magi erano 'astrologi' e che essi avevano letto nei loro 'libri' che quella era la stella da seguire per trovare il Messia che stava per nascere.
Si apre, provate ad indovinare, una discussione sempre più animata. Chi dice che non era possibile che 'seguissero' fisicamente una stella e che non è pensabile che si potesse trovare una capanna avendo come unico punto di riferimento una stella persa lassù nel cielo, chi diceva che quella dei magi e della stella era una 'storia' poetica, come quella della creazione dell' universo in sei 'giorni', chi invece - come me - tentava una spiegazione di tipo 'razionale' e 'parapsicologico' sostenendo arditamente che i re magi erano probabilmente dei 'sapienti' di quel tempo, esperti in astronomia, sopratutto  saranno stati dei 'sensitivi' e , così come anche oggi taluni di loro 'leggono' nei fondi di caffè o nella sfera di cristallo, avevano - nella loro 'sensitività'  - intuito che 'quella' stella gli avrebbe indicato la strada. Anzi, poichè non era immaginabile che la stella si 'muovesse' per indicargli la strada,  erano stati i tre magi a 'muoversi' dirigendosi verso una qualsiasi stella da loro considerata come quella 'giusta', come se ad esempio avessero seguito la 'rotta' della stella polare. Non era dunque la 'stella' quella che doveva aver loro indicato la posizione esatta della 'stalla' di Gesù ma la loro sensitività che - dopo aver 'utilizzato' la stella - gli aveva fatto anche 'sentire' che quella determinata stalla, uguale a tante altre, era il luogo 'giusto', la meta giusta del loro viaggio. E a quello che ribatteva che la sua interpretazione 'astrologica' doveva averla certamente letta  da qualche parte nella Bibbia, io  rispondevo che con le 'interpretazioni' della Bibbia bisognava andarci piano. Infatti - dicevo - certi episodi interpretati alla lettera ( tipo quello relativo ad una battaglia nel corso della quale venne detto al sole di 'fermarsi' per dare  il tempo agli ebrei di sconfiggere l'avversario,  e il sole - narra la Bibbia -   si 'fermò' ) certi episodi interpretati alla lettera e sostenuti alla lettera sono quelli che poi fanno perdere la 'fede' nella Bibbia, o meglio la capacità di cercar di credere a chi si affacci a questi problemi con una mentalità razionale.
Come si fa infatti  a dire a uno che i magi hanno seguito una stella e sono incappati nella stalla dove era Gesù?
E' necessario - concludevo - una certa 'razionalità' per poter interpretare la 'verità' contenuta negli episodi biblici.
Ora son qui che mi predispongo a scrivere e guardando fisso lo schermo ronzante del mio personal computer, ripenso assorto a quanto avevo detto, dispiacendomi per aver detto - non so bene perchè - una cretinata.

Luce:
La Verità è qualcosa che non si può sostenere con le solite frasi fatte. La Verità è una Realtà così forte e così particolare che ti porta a dire che sei nell'errore e che hai bisogno di una trasformazione radicale interiore, così da dire che la tua 'verità' è menzogna e che invece la 'Vera Verità' è una Realtà di fatto, e non un frutto di fantasia della tua mente umana e contorta.

Ci rimango un pò male. Capisco dal 'senso' che è un severo rimprovero, ma non riesco che ad intuire vagamente - a prima lettura - il significato di questa frase 'ermetica'. Mente umana e contorta va bene. Ci volevo giusto io, infatti, per tirar fuori e sopratutto sostenere - complice il vino - quella dei re magi 'sensitivi'...Ma quale è il senso reale di questo che sembra quasi un gioco di parole incomprensibile quasi per farmi capire quanto sia modesta la mia 'intelligenza' ?

Luce:
La 'chiave'di quello che hai scritto è questa: voi uomini dovete cercare la sostanza trascendentale, non quella 'verità' che appaga soltanto la vostra curiosità razionale. Quando ciò avviene è un passo avanti verso la Verità Vera ma non è che l' inizio di un cammino di Fede che vi deve portare all' accettazione completa della mia volontà santificatrice e trasformatrice. Quanto è difficile conoscermi, quanto è facile amarmi. La Verità è 'Realtà' e non si può comprendere con il lume della ragione, così come tu con  l'occhio non puoi penetrare l' intima sostanza della materia. Ogni ragionamento 'umano' è vano, dunque, perchè Dio - che è Verità - non rivela se stesso che a chi ha 'fede'. E' la Fede l'occhio soprannaturale, quello che tu chiameresti 'sincrotone' o acceleratore di particelle nucleari, che ti permette di scrutare dentro l' intima essenza della Realtà che è Dio. Dio non si vede con l' occhio della ragione ma si 'sente' con quello della Fede. E la Fede è un dono che io do in premio a quelli che veramente mi vogliono. Ma come tutti i doni va conservata e mantenuta viva, se non altro per riconoscenza. Ecco perchè non ti devi affannare a voler cercare, a voler dare ad ogni costo una spiegazione 'razionale' ai problemi dello spirito. Esiste infatti una soglia oltre la quale la 'ragione' non va, oltre la quale c' è il buio o, se preferisci, una 'luce' che abbaglia e non ti consente di vedere.
Spiega pure la mia dottrina in termini razionali ma non dimenticare - tu che la 'scrivi' e i 'tuoi', come te, che la leggono - non dimenticare quella parola 'magica' che si chiama Fede e che è la sola che ti consente, che vi consente, di avvicinarvi - dico avvicinarvi - quanto per ora basta, in maniera 'intuitiva', umanamente intuitiva, a Me che sono Verità.
E' la Verità che salva, è la Fede che vi sostiene, è la Speranza che vi rafforza, è la Carità che porta diritti a Me. Fede, Speranza e Carità, nel segno della Verità.

Medito un poco su questo insegnamento cercando di coglierne il significato profondo. A proposito di 'fede, ricordo che una sera mi ero trovato a fare una chiaccherata con alcune persone. C' era un sacerdote con noi e l' argomento è caduto, direi quasi ovviamente, sulle tematiche della Fede. Ognuno diceva la sua. Da parte mia avevo appunto detto che la 'fede' era un dono di Dio e, a chi replicava che non era giusto che Dio desse a taluni il dono e ad altri no, io precisavo che - secondo il mio parere -  la fede era sì un 'dono', ma dato a quelli di 'buona volontà', cioè a quelli che manifestavano il desiderio di possederla, a quelli che veramente cercano Dio. Avevo paragonato la 'fede' al palo tutore della vite, al quale ci si deve aggrappare per non cadere, ed era quindi indispensabile per salvarsi... Qui il sacerdote presente mi aveva però garbatamente 'corretto' dicendo che era molto importante, la fede, ma non 'indispensabile' per salvarsi.

Luce:
La  Fede, hai detto, è un 'dono' che viene dato a quelli di buona volontà che cercano Dio.
Hai detto bene,  è un dono che serve a raggiungere meglio l' obbiettivo della salvezza, ma non è un dono assolutamente indispensabile, nel senso che per molti, che 'fede' non hanno, conta la coerenza dei comportamenti nel rispetto delle 'leggi' scritte da Me nel vostro cuore.
Ma , comunque, la fede è un dono importante, che rende tutto più facile. E quindi la responsabilità verso Dio-donatore di chi ha avuto il 'talento' della Fede è ancora più grande e, per giustizia, gliene verrà chiesto conto. Perchè ognuno deve dare in proporzione, almeno, a quello che gli è stato dato.
Ma la Carità, che è Amore, quanto è grande la Carità...! Ma per arrivare all' Amore, cioè alla Carità, bisogna passare attraverso la Speranza perchè non può amare chi non 'spera'  e non può sperare chi non cammina sul solido terreno della Fede che impedisce lo sprofondamento sulle sabbie mobili del Peccato.
Fede, Speranza, Carità: tre virtù necessarie all' unione con Dio.
Chi ha la fede, e in più la Speranza del proprio Dio, riesce alla fine anche ad 'Amare', cioè a congiungersi con Dio.
Chi non ha 'fede', hai anche detto, non può fare apostolato.
Ma nemmeno chi ha mancanza di Carità, cioè di Amore, può farlo, perchè è vero che l' insegnamento della 'dottrina' senza la trasmissione dell' Amore è trasmissione di parole vuote dette con le labbra ma non con il Cuore.
Ma l' Amore non è quello che intendi tu comunemente, umanamente.
L' Amore non è 'sentimentalismo' ma impegno fattivo.
E come ti dissi una volta: che l' amore a Dio lo mostri non con slanci d' affetto, chè quelli sono 'umanità', ma con il sacrificato rispetto della legge dei dieci comandi, così l' amore verso il prossimo lo mostri - e lo provi - con l'accondiscendere alla missione che ti ho indicato: l' apostolato, per fare la volontà del Padre.
Non sentimentalismo, ma fatti.
E come la Fede, tu hai detto ai tuoi amici, è il palo che sorregge la vite tesa verso l' alto del Cielo, così la Speranza è il 'palo' che sostiene la Fede e la spinge - con la 'sua' anima - verso l' Amore.
Abbi sempre speranza, non deflettere mai nonostante le possibili, sempre possibili, circostanze della vita. Rimani sempre avvinto al palo della Speranza, perchè finchè avrai Speranza avrai anche la Fede e finchè avrai 'fede' avrai anche Me.

 Insomma, lo avrete anche capito, la mia Luce  quella volta - aveva colto l’occasione fornita dalla mia mancanza di fede in quella storia della stella e dei magi, per impartirmi - tripla lezione – anche una ‘catechesi’ sulla speranza e sulla carità.

Il senso di quell’insegnamento sulla fede era quello di cercare sempre in queste cose il significato trascendente, e non quelle spiegazioni che appaghini meglio la nostra curiosità o la nostra ‘razionalità’, come nel caso di quelle generazioni ‘discordanti’ di Gesù o dei sei giorni che sarebbero occorsi per creare l’Universo di cui abbiamo parlato.
Io – una volta - mi sforzavo di credere ma, per riuscire a far digerire alla mia Ragione volterriana quelle ‘verità’ che mi sembravano inaccettabili, mi sforzavo di trovar delle spiegazioni più o meno razionali che me le rendessero più assimilabili senza provocarmi una crisi di rigetto.
In definitiva mi sforzavo, ma nella direzione sbagliata.
Inoltre ero sempre stato convinto del fatto che – essendo la fede un dono gratuito del Signore – questa dovesse caderci prima o poi sulla testa, per forza di gravità, come quella famosa mela dell’albero di Newton.
E invece Dio è un po’ come le Unità Sanitarie Locali.
Ci avete fatto caso? Non danno niente ‘gratis’. C’è il ‘ticket’.
Nel caso di Dio, il ticket che dobbiamo pagare prima della cura è il nostro sforzo iniziale. Dobbiamo desiderare d’averla, la fede, e dobbiamo sforzarci di credere, per meritarne il dono.
E allora Dio ce ne dà un pochettino: non troppa perché altrimenti aumenterebbero anche i nostri doveri verso di Lui e magari non saremmo all’altezza.
Se però a noi quel che ci ha dato ci piace e – sforzandoci di credere ancora di più - ne chiediamo ancora un po’, Lui ce la aumenta, perché se insistiamo non fa economia.
Poi però vi consiglio di fermarvi perché altrimenti – a forza di salire – anziché uomini vi ritrovate ad esser ‘angeli’ e, anziché star sulla terra, vi ritrovate in Paradiso prima del tempo. Mi spiego?

Comunque, ritornando a quel furbacchione di Erode, ve la immaginate la faccia che deve aver fatto quando è venuto a sapere che i Magi d’Oriente, cioè quei tre ‘ingenui’, i tre pesciolini che avevano abboccato,  se l’erano filata…all’inglese, portandosi via amo e lenza, per altra via?
Erode sarà stato anche una volpe, d’accordo, ma - quanto a furbizia- anche i ‘maghi’…

 

8.2 Un’altra discordanza evangelica… appianata

Ora però, a proposito di fede e di discordanze evangeliche, mi ritorna un dubbio.
Luca, nel nostro precedente Cap. 5, narra che – non essendoci posto nell’albergo – il bambino era stato adagiato in una mangiatoia.
E’ questo – deduco io – che deve aver portato tutti alla conclusione logica che Gesù fosse nato in una stalla.
 Non sarebbe infatti logico – neanche per quei tempi – pensare  che uno la mangiatoia se la tenesse in una casa.
Matteo dice invece dei Magi: ‘entrati nella casa, videro il Bambino…’.
Ora – escluso che la mangiatoia fosse in casa – e d’altra parte anche la Valtorta aveva visto Gesù nella stalla – andiamo a vedere nella Valtorta come mai Matteo ora lo vede nella casa…

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(M.Valtorta:‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – Cap. 34 – Centro Ed. Valtortano)

34. Adorazione dei Magi. E' "vangelo della fede".


28 febbraio 1944.
Il mio interno ammonitore mi dice:
“ Chiama queste contemplazioni, che avrai e che ti dirò, i vangeli della fede ", perché a te e agli altri verranno ad illustrare la potenza della fede e dei suoi frutti e a confermarvi nella fede in Dio ».

Vedo Betlemme piccola e bianca, raccolta come una chiocciata sotto al lume delle stelle.  Due vie principali la tagliano a croce, l'una venendo da oltre il paese, ed è la via maestra che poi prosegue oltre il paese, l'altra andando da un'estremità all'altra dello stesso, ma non oltre.  Altre viuzze lo segmentano, questo piccolo paese, senza la più piccola norma di piano stradale come noi lo concepiamo, ma anzi adattandosi al suolo che è a dislivello ed alle case sorte qua e là, secondo i capricci del suolo e del loro costruttore.  Volte quali a destra e quali a manca, chi messa per spigolo, rispetto alla via che le costeggia, obbligano questa ad essere come un nastro che si sgomitola sinuosamente e non un rettilineo che va da qua a là senza deviare.  Ogni tanto una piazzetta, sia per un mercato, sia per una fontana, sia perché, costruito qui e là senza regola, è rimasto uno scampolo di suolo sghimbescio su cui non è possibile costruire più nulla'.
Nel punto dove mi pare di sostare particolarmente è proprio una di queste piazzette irregolari.  Dovrebbe essere quadrata o quanto meno rettangolare.  Invece è venuta un trapezio tanto strano da parere un triangolo acuto smusso nel vertice.  Nel lato più lungo - la base del triangolo - vi è un fabbricato largo e basso.  Il più largo del paese.  Di fuori è un muraglione liscio e nudo, sul quale si aprono appena due portoni, ora ben serrati.  Dentro invece, nel suo largo quadrato, si aprono molte finestre al primo piano, mentre sotto vi sono porticati che cingono cortili sparsi di paglia e detriti, con delle vasche per abbeverare cavalli e altri animali.  Alle rustiche colonne dei portici sono anelli per tenere legate le bestie, e su un lato vi è una vasta tettoia per ricoverare mandre e cavalcature.  Comprendo che è l'albergo di Betlemme.
Sugli altri due lati uguali sono case e casette, quali precedute e quali no da un poco d'orto, perché fra esse vi è quella che è con la facciata sulla piazza, e quella col retro della casa sulla piazza.  Sull'altro lato più stretto, fronteggiante il caravanserraglio, un'unica casetta dalla scaletta esterna che entra a metà facciata nelle camere del piano abitato.  Sono tutte chiuse perché è notte.  Non vi è nessuno per le vie, data l'ora.
Vedo aumentare la luce notturna piovente dal cielo pieno di stelle, così belle nel cielo orientale, così vive e grandi che paiono vicine e che sia facile raggiungerle e toccare quei fiori splendenti nel velluto del firmamento.  Alzo lo sguardo per comprendere la fonte di questo aumento di luce.  Una stella, di insolita grandezza che la fa parere una piccola luna, si avanza nel cielo di Betlemme.  E le altre paiono eclissarsi e farle largo come ancelle al passare della regina, tanto il suo splendore le soverchia e annulla.  Dal globo, che pare un enorme zaffiro pallido, acceso internamente da un sole, parte una scia nella quale, al predominante colore dello zaffiro chiaro, si fondono i biondi dei topazi, i verdi degli smeraldi, gli opalescenti degli opali, i sanguigni bagliori dei rubini e i dolci scintillii delle ametiste.  Tutte le pietre preziose della terra sono in quella scia, che spazza il cielo con un moto veloce e ondulante come fosse viva.  Ma il colore che predomina è quello piovente dal globo della stella: il paradisiaco colore di pallido zaffiro che scende a fare di argento azzurro le case, le vie, il suolo di Betlemme, culla del Salvatore.  Non è più la povera città, per noi meno di un paese rurale.  E' una fantastica città di fiaba in cui tutto è d'argento.  E l'acqua delle fonti e delle vasche è di liquido diamante.
Con un più vivo raggiare di splendori la stella si ferma sulla piccola casa che è sul lato più stretto della piazzetta.  Né i suoi abitanti, né i betlemmiti la vedono, perché dormono nelle chiuse case, ma essa accelera i suoi palpiti di luce, e la sua coda vibra e ondeggia più forte tracciando quasi dei semicerchi nel cielo, che si accende tutto per questa rete d'astri che essa trascina, per questa rete piena di preziosi che splendono tingendo dei più vaghi colori le altre stelle, quasi a comunicare loro una parola di gioia.
La casetta è tutta bagnata da questo fuoco liquido di gemme.  Il tetto della breve terrazza, la scaletta di pietra scura, la piccola porta, tutto è come un blocco di puro argento sparso di polvere di diamanti e perle.  Nessuna reggia della terra ha mai avuto od avrà una scala simile a questa, fatta per ricevere il passo degli angeli, fatta per esser usata dalla Madre che è Madre di Dio. I suoi piccoli piedi di Vergine Immacolata possono posarsi su quel candido splendore, i suoi piccoli piedi destinati a posarsi sui gradini del trono di Dio.  Ma la Vergine non sa. Essa veglia presso la cuna del Figlio e prega.  Nell'anima ha splendori che superano gli splendori di cui la stella decora le cose.
Dalla via maestra si avanza una cavalcata.  Cavalli bardati ed altri condotti a mano, dromedari e cammelli cavalcati o portanti il loro carico.  Il suono degli zoccoli fa un rumore di acqua che frusci e schiaffeggi le pietre di un torrente.  Giunti sulla piazza, tutti si fermano.  La cavalcata, sotto il raggio della stella, è fantastica di splendore. I finimenti delle ricchissime cavalcature, gli abiti dei loro cavalcatori, i volti, i bagagli, tutto splende unendo e ravvivando il suo splendore di metallo, di cuoio, di seta, di gemma, di pelame, al brillio stellare.  E gli occhi raggiano e ridono le bocche, perché un altro splendore si è acceso nei cuori, quello di una gioia soprannaturale.
Mentre i servi si avviano verso il caravanserraglio con gli animali, tre della carovana smontano dalle rispettive cavalcature, che un servo subito conduce altrove, e a piedi vanno verso la casaE si prostrano, fronte a terra, a baciare la polvere. Sono tre potenti.  Lo dicono le vesti ricchissime. 
Uno, di pelle molto scura, sceso da un cammello, si avvolge tutto in uno sciamma di candida seta splendente, stretto alla fronte ed alla vita da un cerchio prezioso, da cui pende un pugnale o una spada dall'elsa tempestata di gemme.  Gli altri, scesi da due splendidi cavalli, sono vestiti l'uno di una stoffa rigata, bellissima, in cui predomina il color giallo, fatto quest'abito come un lungo domino ornato di cappuccio e di cordone, che paiono un sol lavoro di filigrana d'oro tanto sono trapunti di ricami in oro. Il terzo ha una camicia setosa, che sbuffa da larghe e lunghe brache strette al piede, e si avvolge in uno scialle finissimo, che pare un giardino fiorito tanto sono vivi i fiori che lo decorano tutto.  In testa ha un turbante trattenuto da una catenella tutta a castoni di diamanti.
Dopo avere venerato la casa dove è il Salvatore, si rialzano e vanno al caravanserraglio, dove i servi hanno bussato e fatto aprire.

E qui cessa la visione. Che riprende, tre ore dopo, con la scena dell'adorazione dei Magi a Gesù.

E' giorno, ora.  Un bel sole splende nel cielo pomeridiano. 
Un servo dei tre traversa la piazza e sale la scaletta della piccola casa.  Entra.  Esce.  Torna all'albergo.
Escono i tre Savi, seguiti ognuno dal proprio servo.  Traversano la piazza.  I rari passanti si volgono a guardare i pomposi personaggi che passano molto lentamente, con solennità.  Fra l'entrata del servo e quella dei tre è passato un buon quarto d'ora, che ha dato modo agli abitanti della casetta di prepararsi a ricevere gli ospiti.
Questi sono ancor più riccamente vestiti della sera avanti.  Le sete splendono, le gemme brillano, un gran pennacchio di penne preziose, sparse di scaglie ancor più preziose, tremola e sfavilla sul capo di colui che ha il turbante.
I servi portano l'uno un cofano tutto intarsiato, le cui rinforzature metalliche sono in oro bulinato; il secondo un lavoratissimo calice, coperto da un ancor più lavorato coperchio tutto d'oro; il terzo una specie di anfora larga e bassa, pure in oro, e tappata da una chiusura fatta a piramide, che al vertice porta un brillante.  Devono essere pesanti, perché i servi li portano con fatica, specie quello del cofano.
I tre montano la scala ed entrano.  Entrano in una stanza che va dalla strada al dietro della casa.  Si vede l'orticello posteriore da una finestra aperta al sole.  Delle porte si aprono nelle due altre pareti, e da queste sbirciano coloro che sono i proprietari: un uomo, una donna e tre o quattro fra giovinetti e bimbi.
Maria è seduta col Bambino in grembo ed ha vicino Giuseppe in piedi.  Però si alza Ella pure e si inchina quando vede entrare i tre Magi.  E' tutta vestita di bianco.  Così bella nella sua semplice veste candida che la copre dalla radice del collo ai piedi, dalle spalle ai polsi sottili, così bella nella testina coronata di trecce bionde, nel viso che l'emozione fa più vivamente roseo, negli occhi che sorridono con dolcezza, nella bocca che s'apre al saluto: ‘Dio sia con voi’,,, che i tre si arrestano un istante colpiti.  Poi procedono e le si prostrano ai piedi.  E la pregano di sedere.
Essi no, non siedono, per quanto Ella li preghi di farlo.  Essi restano in ginocchio, rilassati sui calcagni.  Dietro a loro, pure in ginocchio, sono i tre servi.  Essi sono subito dopo il limitare.  Hanno posato davanti a loro i tre oggetti che portavano, e attendono.
I tre Savi contemplano il Bambino, che mi pare possa avere dai nove mesi ad un anno, tanto è vispo e robusto.  Egli sta seduto in grembo alla Mamma, e sorride e cinguetta con una vocina di uccellino. 
E' vestito tutto di bianco come la Mamma, con sandaletti ai piedini minuscoli.  Una vestina molto semplice: una tunichella da cui escono i bei piedini irrequieti, le manine grassottelle che vorrebbero afferrare tutto, e soprattutto la bellissima faccina nella quale splendono gli occhi azzurro cupi, e la bocca fa le fossette ai lati ridendo e scoprendo i primi dentini minuti. I ricciolini sembrano una polvere d'oro tanto sono splendenti e vaporosi.
Il più vecchio dei Savi parla per tutti.  Spiega a Maria che essi hanno visto, una notte del passato dicembre, accendersi una nuova stella nel cielo, di inusitato splendore.  Mai le carte del cielo avevano portato quell'astro e parlato di esso.  Il suo nome non era conosciuto, perché essa non aveva nome.  Nata allora dal seno di Dio, essa era fiorita per dire agli uomini una verità benedetta, un segreto di Dio.  Ma gli uomini non le avevano fatto caso, perché avevano l'anima confitta nel fango
Non alzavano lo sguardo a Dio e non sapevano leggere le parole che Egli traccia, ne sia in eterno benedetto, con astri di fuoco sulla volta dei cieli.
Essi l'avevano vista e si erano sforzati a capirne la voce.  Perdendo contenti il poco sonno che concedevano alle loro membra, dimenticando il cibo, s'erano sprofondati nello studio dello zodiaco. 
E le congiunzioni degli astri, il tempo, la stagione, il calcolo delle ore passate e delle combinazioni astronomiche avevano a loro detto il nome e il segreto della stella.  Il suo nome: « Messia ». Il suo segreto: « Essere il Messia venuto al mondo »
E si erano partiti per adorarlo.  Ognuno all'insaputa dell'altro.  Per monti e deserti, per valli e fiumi, viaggiando la notte, erano venuti verso la Palestina, perché la stella andava in tal senso. 
Per ognuno, da tre punti diversi della terra, andava in tal senso.  
E si erano trovati poi oltre il Mar Morto.  Il volere di Dio li aveva riuniti là, ed insieme avevano proceduto, intendendosi, nonostante ognuno parlasse la sua lingua, e intendendo e potendo parlare la lingua del Paese per un miracolo dell'Eterno.
E insieme erano andati a Gerusalemme, poiché il Messia doveva essere il Re di Gerusalemme, il Re dei giudei.  Ma la stella si era celata, sul cielo di quella città, ed essi avevano sentito frangersi di dolore il loro cuore e si erano esaminati per sapere se avevano demeritato di Dio.  Ma avendoli rassicurati la coscienza, si erano rivolti a re Erode per chiedergli in quale reggia era il nato Re dei giudei che essi erano venuti ad adorare.  E il re, convocati i principi dei sacerdoti e gli scribi, aveva chiesto dove poteva nascere il Messia.  Ed essi avevano risposto: «A Betlemme di Giuda ».
Ed essi erano venuti verso Betlemme e la stella era riapparsa ai loro occhi, lasciata la Città santa, e la sera avanti aveva aumentato gli splendori - il cielo era tutto un incendio e poi si era fermata, adunando tutta la luce delle altre stelle nel suo raggio, sopra questa casa.  Ed essi avevano compreso esser lì il Nato divino.  Ed ora lo adoravano, offrendo i loro poveri doni e più che altro offrendo il loro cuore, che mai avrebbe cessato di benedire lddio della grazia concessa e di amare il suo Nato, di cui vedevano la santa Umanità.  Dopo sarebbero tornati a riferire al re Erode, perché egli desiderava adorarlo esso pure.
« Ecco intanto l'oro come a re si conviene possedere, ecco l'incenso come a Dio si conviene, ed ecco, o Madre, ecco la mirra, poiché il tuo Nato è Uomo oltre che Dio, e della carne e della vita umana conoscerà l'amarezza e la legge inevitabile del morire. 
Il nostro amore vorrebbe non dirle, queste parole, e pensarlo eterno anche con la carne come eterno è lo Spirito suo. 
Ma, o Donna, se le nostre carte, e più le nostre anime, non errano, Egli è, il Figlio tuo, il Salvatore, il Cristo di Dio, e perciò dovrà, per salvare la terra, levare su Sé il male della terra, di cui uno dei castighi è la morte. 
Questa resina è per quell'ora.  Perché le carni, che son sante, non conoscano putredine di corruzione e conservino integrità sino alla loro risurrezione.
E per questo nostro dono Egli di noi si ricordi, e salvi i suoi servi dando loro il suo Regno ». 
Per intanto, per esserne santificati, Ella, la Madre, dia il suo Pargolo al nostro amore.  Che baciando i suoi piedi scenda in noi benedizione celeste ».
Maria, che ha superato lo sgomento suscitato dalle parole del Sapiente e ha celato la tristezza della funebre evocazione sotto un sorriso, offre il Bambino.  Lo pone sulle braccia del più vecchio, che lo bacia e ne è accarezzato, poi lo passa agli altri due.
Gesù sorride e scherza colle catenelle e le frange dei tre, e guarda curiosamente lo scrigno aperto pieno di una cosa gialla che luccica, e ride vedendo che il sole fa un arcobaleno battendo sul brillante del coperchio della mirra.
Poi i tre rendono a Maria il Bambino e si alzano.  Si alza anche Maria.  Si inchinano a vicenda, dopo che il più giovane ha dato un ordine al servo, che esce.  I tre parlano ancora un poco.  Non sanno decidersi a staccarsi da quella casa.  Lacrime di emozione sono negli occhi.  Infine si dirigono all'uscita, accompagnati da Maria e Giuseppe.
Il Bambino ha voluto scendere e dare la manina al più vecchio dei tre, e cammina così, tenuto per mano da Maria e dal Savio, che si curvano per tenerlo per mano.  Gesù ha il passetto ancora incerto dell'infante e ride picchiando i piedini sulla striscia che il sole fa sul pavimento.
Giunti alla soglia - non si deve dimenticare che la stanza era lunga quanto la casa - i tre si accomiatano inginocchiandosi ancora una volta e baciando i piedini di Gesù.  Maria, curva sul Piccino, gli prende la manina e la guida, facendole fare un gesto di benedizione sul capo di ogni singolo Mago.  E' già un segno di croce tracciato dalle ditine di Gesù, guidate da Maria.
Poi i tre scendono la scala.  La carovana è già lì pronta che attende.  Le borchie dei cavalli splendono al sole del tramonto. La gente si è affollata sulla piazzetta a vedere l'insolito spettacolo.
Gesù ride battendo le manine.  La Mamma lo ha sollevato e appoggiato al largo parapetto che limita il pianerottolo e lo tiene con un braccio contro il suo petto perché non caschi.  Giuseppe è sceso con i tre e regge ad ognuno la staffa mentre salgono sui cavalli e sul cammello.
Ora servi e padroni sono tutti a cavallo.  L'ordine di marcia viene dato. I tre si curvano fin sul collo della cavalcatura in un ultimo saluto.  Giuseppe si inchina, Maria pure e torna a guidare la manina di Gesù in un gesto di addio e di benedizione.

Dice Gesù:
« Ed ora?  Che dirvi ora, o anime che sentite morire la fede? Quei Savi d'oriente non avevano nulla che li assicurasse della verità.  Nulla di soprannaturale.  Solo il calcolo astronomico e la loro riflessione che una vita integra faceva perfetta.  Eppure hanno avuto fede.  Fede in tutto: fede nella scienza, fede nella coscienza, fede nella bontà divina.
Per la scienza hanno creduto al segno della stella nuova, che non poteva che esser " quella ", attesa da secoli dall'umanità: il Messia.
 Per la coscienza hanno avuto fede nella voce della stessa che, ricevendo "voci " celesti, diceva loro: " E' quella stella che segna l'avvento del Messia". 
Per la bontà hanno avuto fede che Dio non li avrebbe ingannati e, poiché la loro intenzione era retta, li avrebbe aiutati in ogni modo per giungere allo scopo.
E sono riusciti.  Essi soli, fra tanti studiosi dei segni, hanno compreso quel segno, perché essi soli avevano nell'anima l'ansia di conoscere le parole di Dio con un fine retto, che aveva a principale pensiero quello di dare subito a Dio lode ed onore.
Non cercavano un utile proprio.  Anzi vanno incontro a fatiche e spese, e nulla chiedono di compenso che sia umano.  Chiedono soltanto che Dio di loro si ricordi e li salvi per l'eternità.
Come non hanno nessun pensiero di futuro compenso umano, così non hanno, quando decidono il viaggio, nessuna umana preoccupazione. 
Voi vi sareste messi mille cavilli: " Come farò a fare tanto viaggio in paesi e fra popoli di lingua diversa? Mi crederanno o mi imprigioneranno come spia?  Che aiuto mi daranno nel passare deserti e fiumi e monti?  E il caldo?  E il vento degli altipiani?  E le febbri stagnanti lungo le zone paludose?  E le fiumane gonfiate dalle piogge?  E il cibo diverso? E il diverso linguaggio?  E... e... e ". Così ragionate voi. 
Essi non ragionano così.  Dicono con sincera e santa audacia: " Tu, o Dio, ci leggi nel cuore e vedi che fine perseguiamo.  Nelle tue mani ci affidiamo.  Concedici la gioia sovrumana di adorare la tua Seconda Persona fatta Carne per la salute del mondo
Basta.  E si mettono in cammino dalle Indie lontane. (Gesù mi dice poi che per Indie vuol dire l'Asia meridionale, dove ora è Turchestan, Afganistan e Persia).  Dalle catene mongoliche sulle quali spaziano unicamente le aquile e gli avvoltoi e Dio parla col rombo dei venti e dei torrenti e scrive parole di mistero sulle pagine sterminate dei nevai.  Dalle terre in cui nasce il Nilo e procede, vena verde azzurra, incontro all'azzurro cuore del Mediterraneo, né picchi, né selve, né arene, oceani asciutti e più pericolosi di quelli marini, fermano il loro andare.  E la stella brilla sulle loro notti, negando loro di dormire.  Quando si cerca Dio, le abitudini animali devono cedere alle impazienze e alle necessità sopraumane.
La stella li prende da settentrione, da oriente e da meridione, e per un miracolo di Dio procede per tutti e tre verso un punto, come, per un altro miracolo, li riunisce dopo tante miglia in quel punto, e per un altro dà loro, anticipando la sapienza pentecostale, il dono di intendersi e di farsi intendere così come è nel Paradiso, dove si parla un'unica lingua, quella di Dio.
Un unico momento di sgomento li assale quando la stella scompare e, umili perché sono realmente grandi, non pensano che sia per la malvagità altrui che ciò avviene, non meritando i corrotti di Gerusalemme di vedere la stella di Dio.  Ma pensano di avere demeritato di Dio loro stessi, e si esaminano con tremore e contrizione già pronta a chiedere perdono.
Ma la loro coscienza li rassicura.  Anime use alla meditazione, hanno una coscienza sensibilissima, affinata da una attenzione costante, da una introspezione acuta, che ha fatto del loro interno uno specchio su cui si riflettono le più piccole larve degli avvenimenti giornalieri.  Ne hanno fatto una maestra, una voce che avverte e grida al più piccolo, non dico errore, ma sguardo all'errore, a ciò che è umano, al compiacimento di ciò che è io.  Perciò, quando essi si pongono di fronte a questa maestra, a questo specchio severo e nitido, sanno che esso non mentirà.  Ora li rassicura ed essi riprendono lena.
" Oh! dolce cosa sentire che nulla è in noi di contrario a Dio!  Sentire che Egli guarda con compiacenza l'animo del figlio fedele e lo benedice.  Da questo sentire viene aumento di fede e fiducia, e speranza, e fortezza, e pazienza.  Ora è tempesta.  Ma passerà, poiché Dio mi ama e sa che lo amo, e non mancherà di aiutarmi ancora ". Così parlano coloro che hanno la pace che viene da una coscienza retta, che è regina di ogni loro azione.
"Ho detto che erano " umili perché erano realmente grandi ".
Nella vostra vita, invece, che avviene?  Che uno, non perché è grande, ma perché è più prepotente, e si fa potente per la sua prepotenza e per la vostra idolatria sciocca, non è mai umile.  Ci sono dei disgraziati che, solo per essere maggiordomi di un prepotente, uscieri di un ufficio, funzionari in una frazione, servi insomma di chi li ha fatti tali, si dànno delle pose da semidei.  E fanno pietà!...
Essi, i tre Savi, erano realmente grandi.  Per virtù soprannaturali per prima cosa, per scienza per seconda cosa, per ricchezza per ultima cosa.  Ma si sentono un nulla, polvere sulla polvere della terra, rispetto al Dio altissimo, che crea i mondi con un suo sorriso e li sparge come chicchi di grano per saziare gli occhi degli angeli coi monili delle stelle.
Ma si sentono nulla rispetto al Dio altissimo, che ha creato il pianeta su cui vivono e lo ha fatto variato mettendo, Scultore infinito d'opere sconfinate, qua, con una ditata del suo pollice, una corona di dolci colline, e là un'ossatura di gioghi e di picchi, simili a vertebre della terra, di questo corpo smisurato a cui sono vene i fiumi, bacini i laghi, cuori gli oceani, veste le foreste, veli le nubi, decorazioni i ghiacciai di cristallo, gemme le turchesi e gli smeraldi, gli opali e i berilli di tutte le acque che cantano, con le selve e i venti, il grande coro di laude al loro Signore.
Ma si sentono nulla nella loro sapienza rispetto al Dio altissimo, da cui la loro sapienza viene e che ha dato loro occhi più potenti di quelle due pupille per cui vedono le cose: occhi dell'anima, che sanno leggere nelle cose la parola non scritta da mano umana, ma incisa dal pensiero di Dio.
Ma si sentono nulla nella loro ricchezza: atomo rispetto alla ricchezza del Possessore dell'universo, che sparge metalli e gemme negli astri e pianeti e soprannaturali dovizie, inesauste dovizie, nel cuore di chi l'ama.
E, giunti davanti ad una povera casa, nella più meschina delle città di Giuda, essi non crollano il capo dicendo: " Impossibile ", ma curvano la schiena, le ginocchia, e specie il cuore, e adorano.  Là, dietro quel povero muro, è Dio.  Quel Dio che essi hanno sempre invocato, non osando mai, neppur lontanamente, sperare di averlo a vedere.  Ma invocato per il bene di tutta l'umanità, per il " loro" bene eterno.  Oh! questo solo si auguravano.  Di poterlo vedere, conoscere, possedere nella vita che non conosce più albe e tramonti!
Egli è là, dietro quel povero muro.  Chissà se il suo cuore di Bambino, che è pur sempre il cuore di un Dio, non sente questi tre cuori che, proni nella polvere della via, squillano: " Santo, Santo, Santo.  Benedetto il Signore Iddio nostro.  Gloria a Lui nei Cieli altissimi e pace ai suoi servi.  Gloria, gloria, gloria e benedizione "? Essi se lo chiedono con tremore di amore. E per tutta la notte e la seguente mattina preparano con la preghiera più viva lo spirito alla comunione con il Dio Bambino.
Non vanno a questo altare, che è un grembo verginale portante l'Ostia divina, come voi vi andate con l'anima piena di sollecitudini umane.  Essi dimenticano sonno e cibo e, se prendono le vesti più belle, non è per sfoggio umano ma per fare onore al Re dei re.  Nelle regge dei sovrani i dignitari entrano con le vesti più belle.  E non dovrebbero essi andare da questo Re con le loro vesti di festa?  E quale festa più grande di questa per loro?
Oh! nelle loro terre lontane, più e più volte si sono dovuti ornare per degli uomini pari a loro.  Per far loro festa e onore.  Giusto dunque umiliare ai piedi del Re supremo porpore e gioielli, sete e preziose piume.  Mettergli ai piedi, ai dolci piccoli piedi, le fibre della terra, le gemme della terra, le piume della terra, i metalli della terra - sono ancora opera sua perché esse pure, queste cose della terra, adorino il loro Creatore.  E sarebbero felici se la Creaturina ordinasse loro di stendersi al suolo e fare un vivo tappeto ai suoi passetti di Bambino, e li calpestasse, Egli che ha lasciato le stelle per loro, polvere, polvere, polvere.
Umili e generosi.  E ubbidienti alle " voci " dell'Alto.  Esse comandano di portare doni al Re neonato.  Ed essi portano doni.  Non dicono: " Egli è ricco e non ne ha bisogno.  E' Dio e non conoscerà la morte ". Ubbidiscono. 
E sono coloro che per primi sovvengono la povertà del Salvatore.  Come provvido quell'oro per chi domani sarà fuggiasco!  Come significativa quella resina a chi presto sarà ucciso!  Come pio quell'incenso a chi dovrà sentire il lezzo delle lussurie umane ribollenti intorno alla sua purezza infinita!
Umili, generosi, ubbidienti e rispettosi l'uno dell'altro.  Le virtù generano sempre altre virtù.  Dalle virtù volte a Dio, ecco le virtù volte al prossimo.
Rispetto, che è poi carità.  Al più vecchio è deferito di parlare per tutti, di ricevere per primo il bacio del Salvatore, di sorreggerlo per la manina.  Gli altri potranno vederlo ancora.  Ma egli no.  E' vecchio, e prossimo è il suo giorno di ritorno a Dio.  Lo vedrà, questo Cristo, dopo la sua straziante morte e lo seguirà, nella scia dei salvati, nel ritorno al Cielo.  Ma non lo vedrà più su questa terra.  E allora per suo viatico gli rimanga il tepore della piccola mano, che si affida alla sua già rugosa.
Nessuna invidia negli altri.  Ma anzi un aumento di venerazione per il vecchio sapiente.  Ha meritato certo più di loro e per più lungo tempo.  Il Dio-Infante lo sa.  Ancora non parla, la Parola del Padre, ma il suo atto è parola.  E sia benedetta la sua innocente parola, che designa costui come il suo prediletto.
Ma, o figli, vi sono altri due insegnamenti da questa visione.
Il contegno di Giuseppe che sa stare al " suo " posto.  Presente come custode e tutore della Purezza e della Santità.  Ma non usurpatore dei diritti di queste.  E' Maria col suo Gesù che riceve omaggi e parole.  Giuseppe ne giubila per Lei e non si accora d'esser figura secondaria.  Giuseppe è un giusto, è il Giusto.  Ed è giusto sempre.  Anche in quest'ora. I fumi della festa non gli salgono al capo.  Resta umile e giusto.
E' felice di quei doni.  Non per sé.  Ma perché pensa che con essi potrà fare più comoda la vita alla Sposa e al dolce Bambino. Non vi è avidità in Giuseppe.  Egli è un lavoratore e continuerà a lavorare.  Ma che " Loro ", i suoi due amori, abbiano agio e conforto. 
Né lui né i Magi sanno che quei doni serviranno ad una fuga e ad una vita d'esilio, nelle quali le sostanze dileguano come nube percossa dai venti, e ad un ritorno in patria dopo aver tutto perduto, clienti e suppellettili, e salvate solo le mura della casa, protetta da Dio perché là Egli si è congiunto alla Vergine e si è fatto Carne.
Giuseppe è umile, egli, custode di Dio e della Madre di Dio e Sposa dell'Altissimo, sino a reggere la staffa a questi vassalli di Dio.  E' un povero legnaiuolo, perché la prepotenza umana ha spogliato gli eredi di Davide dei loro averi regali.  Ma è sempre stirpe di re ed ha tratti di re.  Anche per lui va detto: ”Era umile perché era realmente grande ".
Ultimo, soave, indicatore insegnamento.
E' Maria che prende la mano di Gesù, che non sa ancora benedire, e la guida nel gesto santo.
E' sempre Maria che prende la mano di Gesù e la guida.  Anche ora
Ora Gesù sa benedire.  Ma delle volte la sua mano trafitta cade stanca e sfiduciata, perché sa che è inutile benedire. 
Voi distruggete la mia benedizione.  Cade anche sdegnata, perché voi mi maledite.
E allora è Maria che leva lo sdegno a questa mano col baciarla.  Oh! il bacio di mia Madre!  Chi resiste a quel bacio?  E poi prende con le sue dita sottili, ma così amorosamente imperiose, il mio polso e mi forza a benedire.
Non posso respingere mia Madre.  Ma bisogna andare da Lei per farla Avvocata vostra.  Essa è la mia Regina prima d'esser la vostra, ed il suo amore per voi ha indulgenze che neppure il mio conosce.  Ed Essa, anche senza parole ma con le perle del suo pianto e col ricordo della mia Croce, il cui segno mi fa tracciare nell'aria, perora la vostra causa e mi ammonisce: “Sei il Salvatore.  Salva ".
Ecco, figli, il " vangelo della fede " nell'apparizione della scena dei Magi.  Meditate e imitate.  Per il vostro bene ».

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E allora ‘meditiamo’.
Intanto che all’arrivo dei magi fossero in una casa e non in una stalla, l’abbiamo capito tutti.
D’altra parte, se la Valtorta dice qui che Gesù mostrava quasi un annetto, è anche logico che avessero trovato nel frattempo una casa che li ospitasse.
E con questo abbiamo messo d’accordo la discordanza di Matteo con quella di Luca.
Era stata la Madonna – evidentemente – a raccontare a Matteo l’episodio dei magi e gli aveva parlato di quella casa dove essi erano stati ospitati.
Poi Lei – quindici anni dopo – scavando nella memoria mentre Luca la pregava di farsi venire in mente qualche altra cosa – gli aveva raccontato  l’episodio dei pastori e degli angeli, e gli aveva anche detto della mangiatoia e della stalla.
Incredibile come le ‘discordanze’ si spieghino quando c’è Qualcuno che ce le sa spiegare.

Bene, vogliamo allora vedere – per non perdere il ‘filo’ - cosa abbiamo imparato fin qui, leggendo tutti questi capitoli e saltando di palo in frasca?

Facciamo una sintesi, così ne approfitto per ‘catechizzarvi’:

  • Dio ha creato l’uomo perfetto, in un Paradiso terrestre situato da qualche parte in Africa dove una volta non faceva così caldo come ora e dove non si erano ancora formati quei terribili deserti.
  • L’uomo – spirito in corpo di carne – avrebbe dovuto godere le gioie del mondo naturale, soddisfazione che neanche gli angeli si potevano permettere, in quanto puri spiriti.
  • L’uomo al termine della sua esistenza - e vi lascio immaginare, se ci riuscite, quanto lunga sarebbe stata perché era uomo ‘perfetto’ e non inquinato dal peccato originale - avrebbe dovuto passare dal paradiso terrestre a quello celeste senza neanche aver conosciuto la morte che conosciamo noi ma con una sorta di addormentamento e trapasso dopo il quale - con un bel corpo glorificato come quello di Gesù risorto – avrebbe dovuto risvegliarsi nel Paradiso celeste: come Maria SS quando venne assunta in Cielo.
  • Il Paradiso celeste avrebbe dovuto essere popolato da quelli che, figli di Dio in terra, sarebbero stati popolo di Dio in Cielo.
  • L’uomo però – nel suo libero arbitrio – pecca, perde i doni, perde l’integrità spirituale e fisica, conosce la morte spirituale e fisica.
  • Ma Dio non abbandona i suoi figli e – sfruttando lo stesso ‘peccato’ introdotto da Satana sulla terra per rovinare il Progetto di Dio – utilizza il dolore della malattia e della morte, che ne fu la conseguenza, nonchè il dolore che in più gli uomini liberamente si arrecano l’un l’altro. Dio si serve cioè del dolore in terra per purificare gli uomini (che, con la sofferenza, espiano i loro peccati, che sono altrettante offese a Dio) e – grazie al loro sforzo di volontà per cercare di essere migliori – li aiuta a conquistare, con merito perché a prezzo di un estenuante combattimento contro il loro io-degenere, il Paradiso celeste.
  • Essi – se non fossero ‘caduti’- avrebbero potuto anche ottenere subito il Paradiso, andandovi senza sforzo al momento giusto, ma non ne avrebbero avuto alcun merito. Ora invece – con la volontà di risalire la china – lo faranno con merito e quindi con una gloria maggiore.
  • Se gli uomini non espiano abbastanza in terra, poiché la sorte gli è stata favorevole ed essi non hanno saputo far fruttare i ‘talenti’ che  avevano avuto in vita, essi – potendo essere accolti in Paradiso solo se resi spiritualmente ‘candidi’ - espieranno e si purificheranno ulteriormente in Purgatorio, con una sofferenza d’amore.
  • Questa consiste in una cocente sofferenza di pentimento perché – pienamente coscienti, sotto l’illuminazione di Dio, dell’Amore di Dio nei loro confronti e della loro mancanza d’amore nei confronti di Dio e del prossimo – le anime proveranno un rimorso indicibile, che le farà soffrire, ma di una sofferenza d’amore, che esse per prime non vorrebbero abbreviare nemmeno di un minuto, perché consapevoli d’averla meritata.
  • Poiché gli uomini antichi – sordi ormai nello spirito, tanto da aver già subìto un diluvio per non aver ascoltato i suoi richiami – non ascoltavano più nemmeno i profeti, che parlavano per conto di Dio, Il Verbo, Figlio di Dio, è stato costretto a scendere in terra incarnandosi in un uomo, per parlare il linguaggio degli uomini ed insegnare queste cose , e cioè che c’è un Dio spirituale, che noi siamo suoi ‘figli’ perché è Lui che ha creato e continua a creare le nostre anime, che ci rivuole in Cielo del quale ci mostra la Via.
  • Gli uomini che si sforzeranno, accettando questo Nuovo Patto di alleanza, saranno salvi.

Vi sembra troppo ‘trascendente’, troppo ‘mitologico’, anzi troppo ‘infantile’?
Pensate allora al Big-Bang dell’Universo, una dozzina di miliardi di anni fa, e alle fotografie che – via telespazio – stiamo oggi ‘ricevendo’.