ANCORA SULLE DATE DI DON STEFANO GOBBI E SU SANTA CATERINA

 

Da qualche tempo la Rivista ‘Il Segno’ ospita un dibattito su talune controverse ‘profezie’ di Don Gobbi, il noto sacerdote del Movimento sacerdotale mariano in odor di…carisma, anche se non da tutti riconosciuto.
Ma il nostro Don Gobbi da qualche tempo, più che oggetto di dibattito, sembra lo sia di ‘attacchi’ in quanto – almeno apparentemente -  reo di aver sprovvedutamente ‘profetizzato’ (senza che i fatti predetti si siano avverati)  la data del 1998 quale quella della manifestazione dell’Anticristo nonché, quella del Giubileo del 2000, quale data del trionfo del Cuore Immacolato di Maria (predetto a Fatima) che precederebbe il successivo ritorno ‘glorioso’ di Gesù per instaurare il suo Regno nel mondo.
Don Gobbi ha fornito – e qualcuno avrebbe preferito un chiarimento più sollecito – le sue spiegazioni su come certe ‘date’ dovessero essere invece interpretate, ma qui mi preme richiamare l’attenzione su due interessanti prese di posizione, per certi versi antitetiche, che sono apparse su ‘Segno’ di luglio.
La prima (Don Gobbi e Santa Caterina da Siena) consiste in una lettera ‘aperta’ a firma di Don Emanuele M.Scaltriti, di Biella.
La seconda (Le date simboliche di don Stefano Gobbi) è del teologo Antonio Norrito.
La prima – detta in termini brutali - contesta a Don Gobbi le sue pretese rivelazioni, invitandolo a non confondere fischi per fiaschi, e cioè  ‘messaggi’ presentati come provenienti dalla Madonna con quelli che  emergerebbero in realtà dai vissuti inconsci del proprio ‘io’.
Per spiegare fino a quale punto in Don Gobbi possano aver giocato le convinzioni conscie o inconscie dell’io, l’estensore della lettera aperta ipotizza che il noto sacerdote sia caduto nel famoso infortunio già occorso a Santa Caterina da Siena.
La celebre santa aveva infatti raccontato a suo tempo che in una visione la Madonna le aveva detto di non essere nata ‘immacolata’, e cioè priva della macchia del peccato originale, cosa questa rivelatasi poi manifestamente falsa  perché – fa capire l’articolista –  il suo ‘non aver contratto il peccato originale’ sarà invece qualche secolo dopo definito dalla Chiesa con un ‘dogma’, che è Verità.
Santa Caterina da Siena, sarebbe stata quindi evidentemente influenzata inconsciamente - al riguardo - da quel che lei credeva sulla base delle concezioni tomistiche dell’epoca.
E come lei  – lascia comprendere ancora l’articolista -  don Gobbi potrebbe aver involontariamente amplificato o distorto i propri vissuti interiori, aggiungendo nuovi contenuti non veritieri.
La conclusione dell’estensore dell’articolo è automatica: se Don Gobbi avesse saputo rimanere umile senza pretendere di parlare per conto della Madonna ma ammettere invece che le sue erano ‘riflessioni’ personali a carattere spirituale, non sarebbe incorso nello spiacevole infortunio.
Ineccepibile, la conclusione, dal punto di vista logico, e d’altra parte bisogna ammettere che - in un mondo sempre più razionalista e positivista dove per parecchi decenni una certa teologia di successo ha dipinto lo stesso Gesù come un mito contestando la storicità dei vangeli – è sempre più difficile ‘credere’, figuriamoci poi alle rivelazioni di Don Gobbi.
Ma al posto di Don Gobbi io non mi preoccuperei molto, non solo perché non è facile che  sappia parlare con assoluta sicurezza di rivelazioni private chi non ne abbia mai sperimentato direttamente la fenomenologia, ma perché l’essere assimilato e messo sul piano di Santa Caterina da Siena, beh…, per uno come Don Gobbi - che certo si sta in questo momento portando la sua bella croce di incomprensioni – è sempre un bel riconoscimento, visto anche che l’infortunio della ‘non immacolata concezione’ non ha fatto poi perdere a questa Santa il prestigio universale di cui ancora oggi gode.
Anzi è fortunato don Gobbi se, delle tre ipotesi sulla possibile origine delle sue supposte comunicazioni preternaturali elencate dall’accusatore – e cioè  rivelazioni che provengano da Dio, dal proprio io inconscio e dal Maligno – quest’ultima ipotesi, per il momento almeno,  non è stata presa in cosiderazione né per lui né per Santa Caterina.
Ma qui vengo alla seconda presa di posizione, quella del teologo Antonio Norrito.
Egli – constatata con rammarico la presenza in campo di ‘Torquemada mediatici’, organizzatori cioè di forme di inquisizione via etere (alle quali non è facile controbattere adeguatamente ad armi pari senza avere fra le mani un microfono di adeguata potenza d’ascolto) - analizza in maniera argomentata il ‘caso don Gobbi’ arrivando alla conclusione che in realtà, contrariamente a quanto sarebbe sembrato ad alcuni analisti forse non sufficientemente attenti, in quelle due profezie ‘incriminate’ di Don Gobbi non si parla di date precise ma piuttosto di periodi temporali localizzati intorno a tali  date simboliche, esemplificate nell’anno 1998 (ottenuto moltiplicando per 3 il satanico 666) o nell’accadimento del Giubileo del 2000.
A ben riflettere la spiegazione, rileggendo accuratamente i testi, mi convince ma non entro qui nel merito se non per osservare che in realtà il ‘Dio’ dei cristiani è sempre stato abbastanza restio nel fornire date precise, forse perché è un Dio che ci vuole sempre pronti, con lo zaino in spalla e con il moschetto al fianco, anche quando dormiamo, anzi soprattutto quando dormiamo, come ora.
E’ ad esempio ben nota agli esperti di biblica la profezia di Daniele sulle settanta settimane (Dn 9,24-27). Daniele, vissuto un cinque/sei secoli prima di Cristo e deportato a Babilonia insieme a molti suoi connazionali dopo la distruzione di Gerusalemme, narra come l’Arcangelo Gabriele gli avesse  preannunciato la ricostruzione di Gerusalemme, una venuta ed una futura unzione di un ‘Santo dei Santi’, la uccisione di un Unto e una ulteriore distruzione di Gerusalemme, il tutto settanta settimane dopo che fosse stata detta la parola ‘Si ritorni e sia costruita Gerusalemme’.
Le antiche scuole rabbiniche dei tempi di Gesù consideravano quella di Daniele come una profezia ‘messianica’, anche se nell’immaginario collettivo dei giudei di allora l’attesa era volta ad un Messia ‘capo politico’ che liberasse Israele dai nemici ed occupanti romani, e non ad un ‘Messia d’amore’ che – con la redenzione -  ‘liberasse’ il popolo di Dio dal Maligno e dal Peccato. Anzi il fatto di non aver riconosciuto in Gesù il Messia che si aspettavano (ed eliminati tragicamente ad opera dei romani i due pretesi ‘Messia di guerra’ della guerra giudaica del 66-70 d.C e di quella del 132 d.C.) indusse i giudei se non a considerare Daniele come un falso profeta, un po’ come qualcuno vorrebbe oggi considerare Don Gobbi, almeno a ritenere ‘non messianica’ quella profezia, in quanto ‘non realizzata’.
Le settanta settimane di Daniele erano state infatti intese da scribi e rabbini di allora,  come lo sono  dai nostri teologi di oggi ,  non come settimane di giorni,  ma di anni, e cioè 490 anni.
Vittorio Messori, nel suo bel libro ‘Ipotesi su Gesù’, affronta questo tema, osservando come questo sia stato l’unico caso in cui il profetismo ebraico sia giunto ad indicare persino la data di avveramento.
Il problema era semmai quello di capire da quale data storica doveva decorrere la profezia. Ad esempio da quella del decreto di Ciro (Esdra, 1, 1-4) che risulterebbe emanato intorno al  538 a.C. dopo la liberazione di Israele dall’esilio babilonese? Oppure dal decreto di Artaserse (Neemia, 2, 1-8) intorno al 458-457 a.C.?
Ma nel primo caso la data dell’avvento del Messia sarebbe caduta troppo presto e cioè nel 48 a.C., nel secondo  - invece - troppo tardi, nel 32-33 d.C..
A meno che la profezia dovesse riferirsi non alla data dell’avvento e incarnazione del Messia ma a quella della crocifissione, nel qual caso la seconda ipotesi porterebbe ad una coincidenza impressionante.
Ma se i teologi cristiani concordano abbastanza nel considerare quella profezia di Daniele come una profezia messianica, e cioè riferita alla prima venuta di Gesù, come mai Gesù stesso (Mt 24,15) parlando di una venuta futura del Figlio dell’uomo e di una futura grande tribolazione cita a supporto e come riferimento quella stessa profezia di Daniele che invece si penserebbe riferita e realizzata alla sua prima venuta?
Ha sbagliato Daniele seguendo il proprio ‘io’, come si rimprovera a Don Gobbi, oppure hanno sbagliato i teologi che hanno definito la profezia di Daniele come ‘messianica’, oppure ha sbagliato il Gesù di Matteo  riferendola a fatti futuri?
Forse non ha sbagliato nessuno perché quella di Daniele – se non vogliamo dar torto né a Gesù né agli esperti, né all’io di Daniele - è un caratteristico esempio di quelle profezie che si potrebbero definire ripetitive, dove un avvenimento che si è realizzato è ‘figura’ di un altro avvenimento che si realizzerà ancora in futuro nel corso della storia, quando si riprodurranno situazioni analoghe a quelle del primo avvenimento.
Nella Bibbia non mancano le figure con significati simbolici di questo genere, come il sangue dell’agnello spennellato sugli stipiti delle case degli ebrei schiavi in Egitto che li avrebbe salvati dal passaggio notturno dell’Angelo sterminatore per consentire la loro liberazione dalla schiavitù, così come analogamente il Sangue di quell’altro ‘Agnello immolato’, Gesù, avrebbe consentito in futuro la liberazione dell’Umanità dalla schiavitù del Maligno.
Tutto questo per dire che quello delle profezie escatologiche e della loro data di avveramento  (e queste di Don Gobbi, nel loro complesso, escatologiche lo sembrano proprio salvo poi chiedersi quando, esattamente, esse sono destinate a realizzarsi) è un campo complesso e misterioso.
E’ noto agli esperti di ‘profezia’ che talvolta i primi a non capirne o interpretarne male la reale portata – ma qui non mi riferisco a Don Gobbi - sono gli stessi profeti che fanno da ‘portavoce’ e ‘traducono’ meglio che possono quel che ‘sentono’ dentro di sé.
Oggi guardo le prime pagine dei giornali, grandi titoli sul vertice di luglio del G8 nonché su quello che viene presentato come un ennesimo trionfo della scienza: ‘Embrioni creati senza neanche più usare il seme maschile…!’.
Non più solo fecondazione in vitro od altre tecniche avanzate già note di fecondazione assistita ma embrioni prodotti dalla fecondazione di ovuli con cellule provenienti addirittura da qualsiasi parte del corpo. Sta insomma cadendo l’ultima foglia di fico. Qui è l’uomo che vuole creare l’uomo, l’uomo che si fa ‘Dio’.
Di fronte a queste ‘vittorie’ della scienza, di fronte alle miserie di una Umanità dove la forbice fra paesi ricchi e poveri, grazie anche alla tecnologia dei paesi ricchi , si allarga sempre di più, di fronte a movimenti apparentemente ineluttabili e senza possibilità o volontà di ‘controllo’ come la globalizzazione dell’economia mondiale, mi domando se anche episodi recenti apparentemente minori come gli attacchi al movimento popolare mariano sorto  dalle apparizioni di Medjugorje, come la risonanza mondiale dell’apostasia del noto arcivescovo Milingo, o questi stessi attacchi a Don Gobbi (pur fatti in buona fede e pensando di difendere la Verità, ma che invece ottengono l’effetto di sponda di dividere e indebolire il suo Movimento sacerdotale internazionale) mi domando se non rientrino in realtà nel quadro più complesso di quella battaglia planetaria, spirituale, alla quale proprio la Madonna di Don Gobbi ha cercato di preparare per più di due decenni i suoi sacerdoti, battaglia che viene in gergo chiamata – ma senza alcun riferimento alla fine del mondo – come ‘fine dei tempi’, cioè la fine di una brutta era che ne apre però un’altra, migliore.
Se fosse così, ci sarebbe necessità – in previsione appunto dei prossimi tempi burrascosi – di non cedere all’inganno delle divisioni ma di fare quadrato.
Concludendo, Don Gobbi profeta o ‘falso profeta’?
Nelle pagine di presentazione alla XXIIa edizione del volume di Don Gobbi (Ai sacerdoti figli prediletti della Madonna) P. Giovanni D’Ercole formalmente scrive (le sottolineature in grassetto sono mie): ‘Come richiesto dalla Chiesa, si precisa inoltre che quanto è in essa contenuto non va inteso come messaggi dettati direttamente dalla Madonna, ma come meditazioni che l’autore, profondamente imbevuto di spiritualità mariana, ha deciso di proporre ai lettori, sotto la suggestiva forma del dialogo diretto…’.
Stiamocene dunque a questo testo ufficiale e, come richiesto dalla Chiesa, adeguiamoci disciplinatamente ricordandoci però – da bravi cirenei – di togliere quella croce dalle spalle di Don Gobbi, senza dimenticare che il primo ad essere chiamato ‘falso profeta’ fu proprio Gesù.


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